Ieri, mercoledì 25 marzo, è morta “Libera”, nome di fantasia di una donna di 55 anni affetta da sclerosi multipla e paralizzata dal collo in giù: la sua vicenda è stata al centro di una complessa trafila giudiziaria di due anni per poter ricorrere finalmente al suicidio assistito, la pratica con cui a determinate condizioni è possibile somministrare un farmaco letale.

La settimana scorsa Libera aveva ricevuto l’autorizzazione dal tribunale di Firenze per poter ricorrere alla pratica tramite un macchinario che il CNR aveva appositamente costruito e testato per lei. Il CNR è il più importante ente pubblico che si occupa di ricerca, e la costruzione del macchinario si era resa necessaria per via del fatto che altrimenti Libera non avrebbe potuto somministrarsi il farmaco letale in maniera autonoma.

Il complesso macchinario le ha consentito di azionare l’iniezione del farmaco letale attraverso un puntatore oculare collegato a una pompa per l’infusione, similmente all’apparecchiatura usata dal fisico Steven Hawking: significa che lei ha potuto procedere con l’auto-iniezione del farmaco col solo movimento degli occhi.

Era l’unica soluzione fattibile per poter morire nel modo in cui aveva scelto: in alternativa una persona esterna avrebbe dovuto somministrarle il farmaco, in quella che sarebbe stata tecnicamente una forma di eutanasia, una pratica che al momento in Italia è illegale. La differenza tra suicidio assistito (o morte assistita) ed eutanasia è proprio che nel primo caso il paziente si somministra da solo il farmaco, mentre nel secondo lo somministra una persona esterna.

Il caso di Libera era arrivato alla Corte costituzionale proprio per tale motivo. Nel 2024 la donna aveva chiesto alla sua azienda sanitaria di accedere al suicidio assistito sulla base della sentenza della Corte costituzionale del 2019, quella che l’ha reso legale in Italia (dopo la verifica di alcuni requisiti). Nonostante fosse stata ritenuta idonea, nella pratica la sua paralisi le impediva di somministrarsi il farmaco da sola.

Dopo diverse controversie tra gli avvocati della donna e l’azienda sanitaria locale, che si era rifiutata di procedere con la pratica, era iniziato un lungo percorso giudiziario, seguito dall’associazione Luca Coscioni, che si occupa da molti anni di libertà di scelta sul cosiddetto “fine vita” (l’insieme di questioni che riguardano la morte e il periodo che la precede).

Libera si era rivolta al tribunale di Firenze, che aveva sottoposto il suo caso alla Corte Costituzionale, chiedendo di rendere legale l’eutanasia. La Corte aveva ribadito il divieto di eutanasia, motivandolo però col fatto che in quel caso specifico non erano state fatte sufficienti verifiche sull’esistenza o meno di strumenti con cui lei avrebbe potuto somministrarsi il farmaco da sola, ricorrendo cioè al suicidio assistito.

A quel punto la vicenda si era ulteriormente allungata, perché era iniziato un lungo processo per trovare un modo di permetterle di somministrarsi il farmaco letale in maniera autonoma. Sembrava che il caso si fosse risolto lo scorso ottobre, quando era stata individuata un’azienda in grado di fornire la strumentazione necessaria, ma c’erano state complicazioni nel reperimento degli strumenti e dei componenti per costruire il macchinario.

Il tribunale di Firenze aveva incaricato il CNR di costruirlo entro 90 giorni. Dopo una proroga dei tempi, il CNR aveva infine costruito il macchinario – il primo di questo genere in Italia – e lo aveva consegnato alla USL Toscana Nord Ovest, l’azienda sanitaria locale di riferimento per Libera. Era stato quindi fatto un test proprio su di lei, attraverso la somministrazione di soluzione fisiologica (una miscela di cloruro di sodio e acqua) al posto del farmaco letale. Il test era stato fatto a casa di Libera, in Toscana, in presenza del personale del CNR, che poi aveva riportato il dispositivo nei propri laboratori per gli ultimi accertamenti.

Mercoledì Libera ha potuto farne uso. Prima della sua morte, in un messaggio affidato all’associazione Luca Coscioni, Libera ha detto: «Questa non è solo la mia storia. È una richiesta di dignità, che spero un giorno non debba più essere conquistata, ma semplicemente rispettata».

Una società civile dovrebbe permettere liberamente a chi, trovandosi in condizioni sanitarie gravi, decida di porre fine alla propria vita. Già in Olanda c’è stato il caso di una giovane che ha ottenuto il suicidio assistito non a causa di patologie fisiche ma per “depressione nervosa”.

Liberi subito.

(Fonte: IlPost)

Da Nicola Gallo

Partenopeo, diploma di Maturità Classica (Lic.Stat. G.B.Vico), Laurea in Scienze Politiche conseguita presso l'Università degli Studi di Napoli Federico II. Frequentazione parziale di Belle Arti. "Per aspera ad Astra, ad Astra ad Infinitum". Informare è un dovere, è un diritto. Informare ed essere informati, per il bene di tutti.