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LA RIFORMA SCOLASTICA IN AGENDA

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Mario Draghi ha accettato di portare a termine una missione, chiamato dal presidente della Repubblica ma anche col viatico del parlamento.

Il suo discorso d’insediamento fu assai esplicito: uscire dalla pandemia, avviare il Pnrr, tenere sotto controllo il debito pubblico e quindi lo spread (nonostante le spese straordinarie determinate dal Covid), rimettere in sesto la scuola in modo da dare ai giovani gli strumenti per affrontare il futuro.

Egli sta marciando con determinazione verso i primi tre obiettivi, nonostante i tentennamenti dei partiti che lo sostengono.

Grazie a nessun cedimento su vaccinazioni e green pass la tragedia Covid è stata quasi superata (la vittoria definitiva arriverà soprattutto se la terza dose avrà un impatto così vasto come le altre e nel contempo si concretizzerà una cura efficace).

Poi l’Unione europea ha già versato i primi fondi del Pnrr e le task force messe in campo da Draghi dovrebbero consentire capacità e trasparenza di spesa. Inoltre la fermezza su Quota 100 ma anche sulla riforma del Reddito di cittadinanza sono necessarie (insieme ad altro) per fare rientrare il deficit, dalle dimensioni abnormi, entro binari che ne consentano la gestione. Rimane la scuola, a cui il presidente aveva dedicato una parte, accorata, del suo discorso.

Qui però siamo ancora all’Anno Zero. Non si sta discutendo di alcuna riforma e i fondi stanziati sono legati a un miglioramento fisico (a cominciare dagli edifici), importante ma scollegato alla qualità dell’insegnamento.

Certo, sedersi sui banchi di un’aula nuova e sicura è più motivante, ma la scuola italiana ha bisogno anche e soprattutto di un riassetto che la collochi alla pari coi sistemi scolastici dei Paesi più avanzati e che guardi alle esigenze del mercato del lavoro. Il Rapporto sulla scuola dell’Ocse è impietoso. Sottolinea che in Italia l’11% dei giovani tra i 15 e i 19 anni, (e più del doppio coloro che sono nella fascia d’età immediatamente superiore) non studiano, non lavorano e non fanno percorsi di formazione.

Il Rapporto evidenzia che la professione dell’insegnante è mal retribuita e il 59% dei docenti è over 50. Quanto all’università, il nostro Paese ha una media di laureati (nella fascia 19-64 anni) del 19% contro una media europea del 37%. Una fotografia da cui emergono tante lacune a cui bisognerà in fretta porre rimedio affinchè la ripresa non sia effimera. Sarà bene che Draghi non se ne dimentichi.

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