Il sindaco Clemente Mastella e il giornalista Aldo Cazzullo dialogano sul “Canto degli Italiani”

Caro Cazzullo,
in questi giorni vado nelle scuole per l’esordio dell’anno scolastico. E tutti assieme ascoltiamo l’inno di Mameli. Poi chiedo: sapete chi è l’autore della musica? Silenzio. Allora richiamo il povero Novaro. Come mai nessuno lo ricorda? È come scindere Mogol e Battisti. E non è più importante la musica. C’è la Spagna il cui inno è solo musica. Diamo il giusto merito al povero Novaro.
Clemente Mastella

Aldo Cazzullo risponde

Caro Mastella,
mi viene in mente una canzone di Caparezza: «L’inno di Mameli non è di Mameli, è di Novaro». E in effetti fu Michele Novaro, genovese, a comporre la musica. Non sarebbero di Mameli neppure le parole: le avrebbe «rubate» a un padre scolopio, Atanasio Canata, priore del convento di Carcare, nell’entroterra di Savona, dove Mameli era di casa. Padre Atanasio — in greco: immortale — era un ardente patriota giobertiano, credeva all’Italia unita, e aveva in simpatia il giovane Goffredo, che si chiamava in realtà Gotifredo. Il religioso se ne ebbe a male, e scrisse una poesia polemica contro Mameli: «E scrittore sei tu? Ciò non ti quadra… una gazza sei tu, garrula e ladra». Ma che importa? Il sangue gli appartiene. Goffredo Mameli era davvero «pronto alla morte», tanto da morire a vent’anni in difesa della Repubblica romana. Il modo migliore per onorare Novaro è riferire le parole con cui accolse il testo fattogli pervenire da Mameli e si accinse a metterlo in musica: «Io sentii dentro di me qualche cosa di straordinario, che non saprei definire… So che piansi, che ero agitato, e non potevo star fermo. Mi posi al cembalo, coi versi di Goffredo sul leggio, e strimpellavo… Mi alzai scontento di me; mi trattenni ancora un po’ in casa Valerio, ma sempre con quei versi davanti agli occhi della mente. Vidi che non c’era rimedio, presi congedo e corsi a casa. Là, senza neppure levarmi il cappello, mi buttai al pianoforte. Mi tornò alla memoria il motivo strimpellato in casa Valerio: lo scrissi su d’un foglio di carta, il primo che mi venne alle mani; nella mia agitazione rovesciai la lucerna sul cembalo e, per conseguenza, anche sul povero foglio; fu questo l’originale dell’inno».

Per chi si limita alle poche righe cantate agli incontri di calcio tra squadre straniere, eccovi, su suggerimento del nostro collaboratore, Nicola Gallo, il testo completo (pochi lo conoscono, forse nemmeno il Presidente della Repubblica!):

Fratelli d’Italia
L’Italia s’è desta,
Dell’elmo di Scipio
S’è cinta la testa.
Dov’è la Vittoria?
Le porga la chioma,
Ché schiava di Roma
Iddio la creò.
Stringiamci a coorte
Siam pronti alla morte
L’Italia chiamò.

Noi siamo da secoli
Calpesti, derisi,
Perché non siam popolo,
Perché siam divisi.
Raccolgaci un’unica
Bandiera, una speme:
Di fonderci insieme
Già l’ora suonò.
Stringiamci a coorte
Siam pronti alla morte
L’Italia chiamò.

Uniamoci, amiamoci,
l’Unione, e l’amore
Rivelano ai Popoli
Le vie del Signore;
Giuriamo far libero
Il suolo natìo:
Uniti per Dio
Chi vincer ci può?
Stringiamci a coorte
Siam pronti alla morte
L’Italia chiamò.

Dall’Alpi a Sicilia
Dovunque è Legnano,
Ogn’uom di Ferruccio
Ha il core, ha la mano,
I bimbi d’Italia
Si chiaman Balilla,
Il suon d’ogni squilla
I Vespri suonò.
Stringiamci a coorte
Siam pronti alla morte
L’Italia chiamò.

Son giunchi che piegano
Le spade vendute:
Già l’Aquila d’Austria
Le penne ha perdute.
Il sangue d’Italia,
Il sangue Polacco,
Bevé, col cosacco,
Ma il cor le bruciò.
Stringiamci a coorte
Siam pronti alla morte
L’Italia chiamò.

(Evviva l’Italia
Dal sonno s’è desta
Dell’elmo di Scipio
s’è cinta la testa
Dov’è la vittoria?
Le porga la chioma,
Ché schiava di Roma
Iddio la creò).

Spero sia chiaro che questo vale infinitamente più di “Bella Ciao”, canzoncina che invece di unire divide, usata tra gli italiani contro altri italiani. Perché l’Italia è e deve essere non una semplice idea, ma qualcosa di concreto. L’Inno è forse vecchio, anzi, antico, ma sono proprio le nostre radici a insegnarci che siamo sotto attacco, da sempre, perché quello che facciamo, quello che possediamo, fa gola a tanti spietati pronti a invaderci e derubarci della nostra identità, usando anche i mezzi più subdoli.

l’Italia possiede davvero una grande Bellezza, scolpita nei secoli. Siamo noi italiani, che attraverso miriadi di traversie, siamo riusciti ad arrivare qui dove siamo, costruendo creando lottando lavorando.

L’inno è un incentivo a non arrendersi, un monito a non darla vinta.

Da ALESSANDRO FUCCI

Tributarista di Esperienza. Esperto in Fisco e Tasse. Classe '77 . Conosciuto per la capacità di risollevare gli imprenditori in difficoltà.