In Italia, per anni, dire “il Capitano” è bastato. Non servivano spiegazioni. Si capiva subito di chi si stesse parlando, ossia il campione di trotto re della storia dell’ippica.
Ora quel nome entra definitivamente nella memoria. La notizia della morte è arrivata nella mattinata di martedì 18 agosto 2026, affidata a poche parole diffuse dalla pagina ufficiale che negli ultimi anni documentava la sua vita lontano dalle corse: “Con immenso dolore diamo la notizia della morte del Capitano”. Varenne aveva 31 anni. Secondo quanto comunicato dal canale ufficiale, sarebbe morto per un infarto fulminante nella notte tra il 17 e il 18 agosto. Lo staff che ne seguiva la quotidianità ha parlato apertamente di sgomento: “Siamo distrutti di fronte a questa notizia”.
La morte di Varenne non è soltanto la scomparsa di un campione. È la fine biologica di un animale che, più di ogni altro nel trotto moderno, ha saputo incarnare un’idea di grandezza riconoscibile anche fuori dal suo sport. Per questo la sua storia merita di essere riletta senza fretta, tenendo insieme i numeri, la genealogia, i luoghi e il sentimento collettivo che ha generato.
Nato nel Ferrarese, diventato leggenda mondiale
Varenne era nato il 19 maggio 1995 nell’allevamento di Zenzalino, a Copparo, nel Ferrarese. Era figlio dello stallone americano Waikiki Beach e della fattrice italiana Ialmaz: una genealogia importante, ma che da sola non basta mai a spiegare un destino. La sua nascita, ricordata ancora oggi negli ambienti dell’ippica come l’inizio di una storia fuori scala, avvenne in una terra che conserva un legame speciale con lui, quasi identitario. Ancora nel 2026, nel giorno del suo 31° compleanno, il Ferrarese lo celebrava come uno dei suoi figli simbolici più illustri.
Sulla dinamica del decesso, allo stato delle informazioni disponibili, il riferimento più preciso resta quello diffuso dal canale ufficiale e ripreso dalla stampa: un infarto fulminante.
Il nome non fu casuale. Secondo il racconto legato alla sua storia, Enzo Giordano, imprenditore e proprietario destinato a diventare inseparabile dalla sua parabola, accettò l’acquisto anche perché quel nome gli era caro: in viaggio di nozze aveva soggiornato in rue de Varenne, a Parigi. Il dettaglio, apparentemente laterale, dice molto di una vicenda in cui intuito, affetto e visione si sono intrecciati fino a costruire una leggenda.
Il mito
Varenne & Giampaolo Minnucci, il cavallo e il suo driver, il talento e la lettura del talento. Il sito ufficiale ricorda come il rapporto tra i due sia stato sostanzialmente inscindibile lungo la carriera, salvo poche eccezioni.
Non fu un’ascesa costruita in laboratorio. La carriera di Varenne si sviluppò per gradi, ma con una progressione che presto rese evidente l’eccezione. Il debutto ufficiale risale al 4 aprile 1998 a Bologna, nel Premio Primavalle. Da lì partì una sequenza di risultati che in breve tempo lo portò ai vertici nazionali e poi mondiali. Già nel 1998 vinse il Derby Italiano del Trotto, primo grande sigillo di una carriera destinata a travolgere ogni scala di paragone.
I numeri da record
Per raccontare Varenne bisogna passare dai numeri, ma senza lasciarsi ingannare dai numeri: non spiegano tutto, però aiutano a capire la sproporzione. Il sito ufficiale e le ricostruzioni di settore convergono su un dato fondamentale: 62 vittorie in 73 corse disputate, con premi complessivi per oltre 6 milioni di euro. È una combinazione di rendimento, continuità e qualità degli avversari che spiega perché venga considerato da molti il più grande trottatore di tutti i tempi.
Ma il dato che più colpisce è la geografia del suo successo. Varenne ha vinto in 7 Paesi e su 2 continenti, diventando il cavallo più viaggiato nella storia delle corse al trotto secondo la sua pagina ufficiale. Non era soltanto un dominatore domestico: era un campione esportabile, capace di reggere l’urto delle grandi piste internazionali e di farlo portandosi dietro un’identità fortemente italiana.
Nel 2001 firmò un’impresa che ancora oggi resta un punto di riferimento assoluto: fu l’unico trottatore a vincere, nello stesso anno, alcune tra le prove più prestigiose del circuito mondiale, tra cui il Prix d’Amérique, il Gran Premio della Lotteria, l’Elitloppet e la Breeders Crown. In quell’annata non costruì soltanto un palmarès: costruì un’egemonia.
Le corse leggendarie
L’elenco delle sue vittorie sembra una carta geografica del trotto di alto livello. A Vincennes, a Parigi, trionfò nel Prix d’Amérique nel 2001 e nel 2002, piegando la pista simbolo d’Europa e guadagnandosi un’aura da campione totale. Ad Agnano, a Napoli, conquistò per tre volte il Gran Premio della Lotteria: nel 2000, nel 2001 e nel 2002. A Stoccolma vinse due volte l’Elitloppet, nel 2001 e nel 2002. Negli Stati Uniti, nel 2001, divenne il primo trottatore europeo a imporsi nella Breeders Crown.
Nella Breeders Crown 2001 negli Stati Uniti fissò il primato mondiale sul miglio in 1.51.1, pari a una media di 1.09.1 al chilometro. Il 14 luglio 2002, nella St. Michel Race di Mikkeli, in Finlandia, davanti a 27.000 spettatori, stabilì il record mondiale su piste da 1000 metri con 1.09.3. Sono cifre che, anche rilette oggi, conservano una violenza tecnica impressionante.
Un cavallo italiano
A renderlo diverso da molti altri campioni è stato anche il suo profilo simbolico. Varenne non ha vinto soltanto tanto: ha vinto in modo da allargare il pubblico del trotto. Ha trasformato corse specialistiche in appuntamenti osservati da persone che non conoscevano genealogie, metri, meccaniche di andatura o tattiche di sulky. In questo senso, il “Capitano” ha fatto qualcosa di rarissimo: ha portato un settore percepito come nicchia dentro il racconto popolare nazionale.
Lo confermano anche i riconoscimenti raccolti fuori dalle piste. La pagina ufficiale ricorda che è stato l’unico cavallo nella storia dell’ippica mondiale ad aver vinto il titolo di “Cavallo dell’anno” in tre Paesi diversi: Italia nel 2000, 2001 e 2002; Francia nel 2001 e 2002; Stati Uniti nel 2001. Nel 2010 è entrato nella Harness Racing Museum & Hall of Fame di New York, un riconoscimento normalmente riservato al mondo americano del settore.
Vita da stallone, che pacchia la pensione!
L’ultima corsa ufficiale coincide con un’altra data che appartiene alla storia del trotto italiano: il 28 settembre 2002. Da allora, Varenne ha iniziato la sua seconda vita, quella da riproduttore. Anche in questa fase i numeri sono enormi. Diverse fonti parlano di oltre duemila figli, mentre altre si spingono oltre le 2.500 nascite, segno di una carriera stalloniera lunga, intensa e influente. In questi casi è corretto attenersi a una formulazione prudente: la sua discendenza è stata comunque vastissima e ha inciso in profondità sull’allevamento del trotto, in Italia e non solo.
Per anni il suo nome ha continuato a circolare non soltanto nei ricordi, ma nelle genealogie, nelle aste, nelle attese degli allevatori, nella speranza di ritrovare almeno una parte di quel motore e di quel carattere. La sua eredità, insomma, non si è fermata con il ritiro agonistico: si è disseminata.
Il suo 30° compleanno, il 19 maggio 2025, era stato festeggiato proprio dopo questo trasferimento, in un clima che aveva mescolato affetto e malinconia. Pochi giorni prima, il 2 maggio 2025, era morto a Napoli il suo storico proprietario Enzo Giordano, scomparso a 71 anni. Quel compleanno aveva assunto quindi anche il valore di un omaggio. Giampaolo Minnucci lo aveva detto con chiarezza: Varenne non era percepito come un bene privato, ma come un patrimonio condiviso, “dell’Italia e degli italiani”.
È anche per questo che la notizia della sua morte arriva come un secondo strappo: dopo l’addio a Giordano, si spegne il protagonista centrale di quella storia comune.
Per un cavallo è un’età molto avanzata. Le fonti che ne hanno raccontato gli ultimi compleanni osservavano che, in termini umani, si poteva parlare di oltre 90 anni. Non è un dettaglio irrilevante: significa che Varenne ha avuto una lunga vita dopo la carriera agonistica, e che il pubblico ha potuto continuare a riconoscerlo ben oltre il tempo delle corse.
Che cosa resta davvero di Varenne
Varenne lascia, oltre soldi ed emozioni, cavalli di razza frutto della sua discendenza vincente. Fu persino rubato un campione del suo sperma!
(Fonte: Civonline.it)


