Il 21 dicembre 1925 la prima del film di Ejzenstejn al teatro Bolshoi di Mosca con il pubblico rimasto a bocca aperta per la crudezza delle immagini.

Nonostante la parodia di Fantozzi, con Paolo Villaggio e i “novantadue minuti di applausi”, La Corazzata Potëmkin resta una delle esperienze cinematografiche più sconvolgenti mai realizzate.

Sergej Michajlovič Ėjzenštejn (sopra, in foto) prende un episodio storico, l’ammutinamento della nave Potëmkin nel 1905, e lo trasforma in qualcosa di molto più grande: una macchina emotiva costruita con immagini, ritmo e collisioni visive che, ancora oggi, sono un pugno negli occhi.
Nacque per celebrare il ventesimo anniversario della rivolta dei marinai di Odessa, considerata una sorta di preludio simbolico alla Rivoluzione d’Ottobre. Ma ridurre Potëmkin a semplice propaganda sarebbe un errore interpretativo. Qui il cinema smette di limitarsi a raccontare e comincia a ragionare per immagini, manipolando le emozioni in modo crudo e nudo.
Ėjzenštejn propone una tragedia collettiva, dove la massa non fa da sfondo, ma diventa soggetto attivo. Il vero personaggio principale è il popolo ed il conflitto in cui si agita. Il regista scompone la realtà, la frammenta e la rimonta attraverso il celebre montaggio delle attrazioni, una tecnica che non cerca fluidità, ma shock. Ogni inquadratura è uno shock. Non c’è tregua, non c’è conforto. Lo spettatore non osserva: viene trascinato dentro la pellicola vivendo l’esperienza nella sua tragicità.
La struttura in cinque atti richiama apertamente la tragedia classica, ma la forma è contemporanea e violenta nella sua consapevolezza. Tutto parte da un dettaglio disgustoso e banalissimo, la carne marcia ricoperta dai vermi destinata ai marinai, e cresce fino a diventare una questione morale, politica, umana. La ribellione non nasce da grandi discorsi ideologici, ma da un’ingiustizia concreta, tangibile, che disgusta. Da lì in poi, il film accelera, accumula tensione, costruisce un crescendo che culmina in una delle sequenze più iconiche della storia del cinema.

La scalinata di Odessa non è solo una scena famosa ma anche un archetipo visivo, un incubo a occhi aperti che salta dalla celluloide alla memoria. I cosacchi che avanzano come una macchina senza volto, ridotti a stivali che scendono inesorabili. La folla che si disperde, i volti terrorizzati, le madri, i bambini, gli anziani. E poi lei, la carrozzina (sopra, in foto), che rotola giù dai gradini in una sequenza che ancora oggi lascia spiazzati. Non importa sapere che storicamente quel massacro non avvenne proprio in quel modo. Il cinema, qui, non documenta. Crea immaginario. E lo fa con una potenza tale da riscrivere la memoria collettiva.
È anche per questo che Potëmkin continua a disturbare lo spettatore. perché non spiega, ma mostra la violenza senza filtri, forza a prendere posizione. Il famoso “cine-pugno” di Ėjzenštejn non chiede liberatoria. Colpisce indiscriminatamente. I primi piani fungono da armi, le ripetizioni come martellate emozionali. La madre colpita, l’anziana con gli occhiali infranti, il sangue sui volti. Non sono immagini decorative. Sono scelte politiche, pensate per generare empatia verso le vittime e rabbia contro gli oppressori, spingendo irrimediabilmente lo spettatore a schierarsi.
Il simbolismo è ovunque, con i significati così palesi: le statue dei leoni sembrano prendere vita diventando metafora della presa di coscienza collettiva. La bandiera rossa sventola sulla nave ed è simbolo dell’idea stessa di cambiamento che prende forma sullo schermo. Anche i cannoni, inquadrati come bocche spalancate, incarnano un potere ambivalente, distruttivo ma necessario, terribile ma catartico.
E poi c’è il suono, o meglio, la sua apparente assenza, perché La corazzata Potëmkin è ovviamente, per l’epoca, un film muto, ma non silenzioso. Nel corso dei decenni è stato accompagnato da musiche diverse, da Edmund Meisel a Šostakovič, fino alle reinterpretazioni moderne. Ogni colonna sonora aggiunge una lettura, un ritmo, una chiave emotiva diversa, dimostrando quanto l’opera sia viva e capace di dialogare con epoche differenti.
In tempi come quelli odierni, Potëmkin è un film che fa riflettere, un monito a non ripetere la stessa tragedia, ma purtroppo il mondo vede episodi simili che passano inosservati.
Ero scettico su questo film, convinto da Paolo Villaggio in Fantozzi che Potëmkin fosse “una cagata pazzesca”, ma quando l’ho visto (lo trovate gratis su Youtube, essendo patrimonio dell’umanità) mi sono ricreduto, rivedendolo diverse volte, soffermandomi su determinati particolari che sono non solo immagini di contorno, ma indizi sociali che a distanza di cent’anni permangono nella storia.
Se avete coraggio, curiosità vedetelo. Dopo boiate come Grande Fratello e tanti reality show demenziali, Potëmkin vi scuoterà, perché è la vera realtà.
(Fonti: LaRepubblica, LaStampa, CorriereNerd.it)

