È bastato che a Roma la questione tornasse sul tavolo. E a Benevento è partita la danza.
Il tutto per una ragione semplicissima: qualcuno ha finalmente capito che Mastella potrebbe non essere costretto ad andarsene.
Ed è qui che comincia il bello. Perché il problema, forse, non è Mastella. È il dopo Mastella.
Il grande equivoco
Per anni una parte della politica cittadina ha commesso un errore strategico clamoroso: ha confuso la fine naturale di un mandato con una vittoria politica.
Come se bastasse aspettare il calendario. Come se Mastella fosse destinato a scomparire dalla scena semplicemente perché la legge gli avrebbe impedito di ricandidarsi.
Non devi battere il tuo avversario. Devi aspettare che scada.
Peccato che adesso qualcuno a Roma stia pensando di cambiare il calendario.
E allora il castello rischia di crollare.
Perché se Mastella può ricandidarsi, bisogna fare una cosa molto più difficile:
batterlo.
E qui casca l’asino. Perché battere Mastella non è la stessa cosa che aspettare Mastella.
I numeri sono testardi
Si può dire tutto del sindaco di Benevento.
Che ha governato troppo. Che il suo modello politico è superato. Che la città avrebbe bisogno di un ricambio. Che dieci anni sono sufficienti. Che esiste un’alternativa. Che il suo sistema di relazioni politiche è discutibile.
Ma c’è un piccolo particolare che la politica non può cancellare con un comunicato stampa: gli elettori.
Il Governance Poll 2026 di Noto Sondaggi per Il Sole 24 Ore ha piazzato Mastella al decimo posto tra i sindaci dei capoluoghi, con il 59,5% di gradimento. È un dato superiore al 52,7% ottenuto alle comunali del 2021 e in crescita rispetto alla precedente rilevazione. Non è una simulazione elettorale.
Non significa che Mastella vincerebbe automaticamente una nuova elezione. Ma significa una cosa politicamente devastante per i suoi avversari:
dopo dieci anni di amministrazione, il suo consenso non è evaporato.
Anzi. È ancora lì. E quindi la favola del “Mastella ormai finito” rischia di essere esattamente questo: una favola e basta.
Il terzo mandato, se arriverà, non regalerà necessariamente a Mastella una vittoria.
Gli regalerà qualcosa di più importante: la possibilità di giocarsela.
E sarà sufficiente. Perché Mastella non avrà bisogno di andare in giro a chiedere chi lo teme. Gli basterà osservare chi comincia a muoversi.
Chi si candida. Chi si smarca. Chi tratta. Chi telefona. Chi parte per Roma. Chi improvvisamente scopre che il centrosinistra deve essere “ampio, plurale, inclusivo e competitivo”.
Tradotto dal politichese:
“Vediamo se riusciamo a fare una coalizione abbastanza grande da impedire a Mastella di vincere.”
Il problema è che una coalizione non è un programma.
E un’ammucchiata non diventa automaticamente una proposta politica soltanto perché viene chiamata Campo Largo.
Il campo largo? L’incognita
Ed eccoci alla incognita Il Campo Largo.
A Benevento rischia di diventare una delle più straordinarie invenzioni della politica contemporanea.
Un contenitore nel quale possono entrare tutti, purché nessuno chieda troppo presto chi deve comandare. Progressisti. Moderati. Civici. Partiti. Movimenti. Ex avversari. Possibili alleati. Possibili candidati. Possibili candidati degli alleati.
E, soprattutto, una domanda che nessuno vuole affrontare:
Mastella è dentro o è fuori?
Perché questa è la domanda vera. Non quella dei convegni. Non quella dei comunicati. Quella delle urne.
Non si può combattere il mastellismo alle otto del mattino e trattare con il mastellismo alle otto di sera.
O meglio: si può. Ma poi non ci si lamenti se gli elettori non capiscono più chi sta da quale parte.
Il PD ha un problema. E non si chiama Mastella.
Il Partito Democratico dovrebbe porsi una domanda molto più scomoda.
Non: “Come facciamo a fermare Mastella?”
Ma: “Perché dopo dieci anni non abbiamo ancora costruito un’alternativa capace di non dipendere dalla sua uscita di scena?”
Questa è la domanda che fa male.
Perché se la risposta è “Mastella non potrà più candidarsi”, allora non è una strategia.
È una speranza.
E la politica non dovrebbe vivere di speranze.
Dovrebbe vivere di progetti, candidati, consenso e capacità di governo.
Il PD, il centrosinistra, il Campo Largo o qualunque cosa vogliano chiamarsi dovrebbero essere pronti oggi a dire ai beneventani: Ecco il nostro candidato. Ecco il nostro programma. Ecco come cambieremo Benevento. Ecco perché siamo migliori.
Non “ecco perché Mastella non potrà candidarsi”.
Perché se tutta la vostra strategia dipende da una norma che vi toglie l’avversario, significa che l’avversario vi fa paura.
E intanto la macchina Mastelliana cammina
C’è un altro dato che dovrebbe far riflettere.
Il 26 luglio Nino Lombardi è stato rieletto presidente della Provincia di Benevento con il 64,9% dei voti ponderati, battendo il candidato sostenuto dal centrodestra Claudio Cataudo. Il voto ha confermato anche la solidità della rete amministrativa costruita intorno all’area mastelliana. Poi si può raccontare che le provinciali sono un’altra cosa.
Ed è vero.
Si può ricordare che si tratta di elezioni di secondo livello.
Ed è vero.
Ma politicamente resta un fatto:
la rete mastelliana non è evaporata. Anzi.
E questo dovrebbe interessare molto più delle fotografie delle riunioni di partito.
Mastella non ha bisogno di convincere tutti, è un brand affermato
Questo è il particolare che molti continuano a sottovalutare.
Mastella non deve piacere a tutti. Non gli serve.
Gli serve una coalizione. Gli serve un pezzo di centro. Gli serve una parte del voto moderato. Gli serve la sua rete. Gli serve il suo consenso personale. Gli serve, soprattutto, che dall’altra parte ci sia qualcuno che non riesca a mettere insieme una proposta convincente.
Ed è qui che la partita diventa interessante.
Perché Mastella ha dimostrato più volte una capacità che molti suoi avversari non hanno: sopravvivere politicamente agli errori, alle crisi e persino ai tradimenti.
È stato attaccato da destra. È stato attaccato da sinistra. Ha litigato con alleati. Ha cambiato alleanze. Ha visto amici diventare avversari e avversari diventare interlocutori.
Eppure è ancora sindaco. E ancora oggi, quando si parla di politica beneventana, il suo nome occupa la prima riga, con tutti gli onori, perché lui dice, e poi fa. Ed è così che si fa.
Il capolavoro sarebbe il terzo mandato contro la sua volontà
E qui sta il paradosso.
Mastella dice che dieci anni possono bastare. Bene. Prendiamolo sul serio.
Ma allora perché appena si parla di terzo mandato sembra che debbano partire i pullman per Roma?
Perché se davvero Mastella è pronto a lasciare, nessuno dovrebbe preoccuparsi. Dovrebbero essere tutti felici.
Il centrosinistra dovrebbe festeggiare. Il centrodestra dovrebbe festeggiare. I civici dovrebbero festeggiare. Tutti dovrebbero dire: “Finalmente possiamo giocarcela.”
E invece no.
Si discute della possibilità che possa restare. E qualcuno comincia a fare calcoli.
Questo significa una cosa soltanto: la paura non è del terzo mandato.
La paura è del voto.
E se Mastella decidesse di correre?
Qui il film diventerebbe interessante.
Perché se la norma dovesse cambiare e Mastella decidesse di candidarsi, finirebbe la stagione delle scuse.
Non ci sarebbe più il limite dei mandati. Non ci sarebbe più il “tanto deve andare via”. Non ci sarebbe più l’alibi della scadenza.
Ci sarebbe soltanto una scheda elettorale.
E su quella scheda gli elettori troverebbero un uomo che, piaccia o non piaccia, dopo dieci anni continua ad avere un consenso vicino al 60% nel principale indicatore nazionale di gradimento degli amministratori locali. A quel punto servirebbe un’alternativa.
Non un anti-Mastella.
Un’alternativa.
Che è tutta un’altra cosa.
E se invece non corresse?
Ancora più interessante.
Perché il vero banco di prova sarebbe proprio quello.
Mastella potrebbe scegliere di non candidarsi a sindaco e lasciare agli altri il problema di costruire il dopo.
E allora scopriremmo finalmente quanto vale il Campo Largo senza un nemico da combattere.
Scopriremmo chi vuole fare il sindaco.
Chi ha davvero consenso. Chi ha una squadra. Chi ha una visione. Chi è disposto a mettersi in gioco.
E soprattutto chi è disposto a perdere.
Perché la politica seria comincia anche da lì.
Dal rischio.
L’eclissi di luna o il solito sole?
E allora eccoci.
Il possibile terzo mandato ha già prodotto il suo primo effetto.
Ha spostato nuovamente il baricentro del dibattito su Clemente Mastella.
E questa, paradossalmente, è la sua vittoria più grande.
Perché il sindaco potrebbe anche non ricandidarsi. Potrebbe davvero pensare che dieci anni siano sufficienti. Potrebbe lasciare Palazzo Mosti. Potrebbe consegnare ad altri la responsabilità del futuro.
Ma intanto ha dimostrato una cosa: gli altri non sono ancora riusciti a costruire un futuro nel quale lui non sia il protagonista.
E questo, per chi si proclama alternativa, dovrebbe essere motivo di profonda riflessione.
Perché se il futuro di Benevento dipende dalla domanda “Mastella si candida o no?”, allora Mastella ha già vinto una parte della partita.
La domanda vera dovrebbe essere un’altra: “Chi governerà Benevento dopo Mastella?”
E la risposta dovrebbe essere pronta.
Non dopo la legge. Non dopo Roma. Non dopo le riunioni carbonare. Non dopo che Mastella avrà deciso.
Adesso.
Altrimenti succederà quello che in politica succede sempre quando una classe dirigente confonde la scadenza dell’avversario con la propria capacità di vincere: arriva il giorno della verità, l’avversario è ancora in campo, e quelli che dovevano sostituirlo stanno ancora litigando su chi deve portare il vessillo.
A quel punto non sarà più un’eclissi.
Sarà il solito sole.
E, ancora una volta, Mastella potrebbe essere quello che prende più luce.
Ma c’è una cosa che tutti sottovalutano, la possibilità, non remota, che diventi Presidente della Repubblica. Sarebbe il candidato migliore, quello con più “anzianità”, ma non anagrafica, né meramente di carriera. Semmai di vocazione. Homus Politcus, nel vero senso della parola, legato alla legge e alla filosofia, pratico, che piace e non piace, ma presente più di tanti e coerente rispetto ai mutanti che praticano la simbiosi come un’orgia.
Mastella meriterebbe, visti i risultati, di fare ancora molto, di fare per tutta l’Italia entrando nella storia, ma un gradino più in alto sugli altri.

