Fondatore della comunità di Bose, da cui fu allontanato nel 2020 con decreto papale da Bergoglio per cause mai chiarite, è stato voce importante del cattolicesimo progressista. I funerali giovedì pomeriggio a Castel Boglione, suo paese natale.

Fu quel cattolicesimo progressista che, all’interno della Chiesa cattolica, sosteneva posizioni di rinnovamento a spingere Enzo Bianchi a fondare negli anni ‘60, a Bose, una comunità monastica. La comunità fondata raccoglieva gli stimoli del Concilio Vaticano II, le nuove sensibilità che ne derivarono. A Bose vivono fratelli di diverse fedi e da qui ora si allunga una ferita profonda. Enzo Bianchi, morto oggi a Torino all’età di 83 anni, ha dovuto allontanarsi dalla comunità nel 2020 con alcuni confratelli su decreto papale per cause mai chiarite.

Ha studiato, ha frequentato l’Azione cattolica, è arrivato a Torino e si è iscritto alla facoltà di Economia e Commercio. Erano gli anni del Concilio Vaticano II, gli anni in cui una parte del mondo cattolico cominciava a interrogarsi su come parlare nuovamente agli uomini, su come dialogare con le altre confessioni cristiane, su quanto Vangelo ci fosse davvero nelle strutture della Chiesa. Bianchi ha scelto una strada tutta sua.

Alla fine del 1965 è arrivato a Bose, allora una minuscola frazione quasi abbandonata di Magnano, sulla Serra morenica tra Ivrea e Biella. Non c’erano folle. Non c’era ancora il monastero che sarebbe arrivato dopo. C’erano case, silenzio, freddo, campagna. E un giovane poco più che ventenne convinto che si potesse provare a vivere insieme il Vangelo. Nel 1968 sono arrivati i primi fratelli e le prime sorelle. Bianchi scrive “la Regola” e prende forma quella che è poi diventata la Comunità monastica di Bose: uomini e donne, provenienze e confessioni cristiane differenti, vita comune, preghiera, lavoro, studio, accoglienza. Non era un prete. Non lo è mai diventato. Era e ha voluto restare un monaco laico, anche quando moltissimi, per abitudine, hanno cominciato a chiamarlo “padre”.

Bose è cresciuta. E molto. Quella frazione sconosciuta sulla Serra è diventata un luogo al quale hanno cominciato ad arrivare persone da tutta Europa: credenti convinti, cristiani in crisi, protestanti, ortodossi, sacerdoti, vescovi, studiosi. E anche persone che con la Chiesa avevano poco o nulla a che fare. Bianchi parlava di Bibbia, ma parlava soprattutto agli uomini. Parlava di amicizia, solitudine, amore, morte, vecchiaia, politica, guerra, migrazioni. Ha scritto libri e articoli, ha tenuto conferenze, ha predicato esercizi spirituali. Nel 1983, insieme ad alcuni fratelli e sorelle, ha fondato le Edizioni Qiqajon, che hanno portato fuori da Bose testi di spiritualità biblica, patristica e monastica.

È diventato uno dei grandi protagonisti italiani dell’ecumenismo, il dialogo fra le Chiese cristiane. Da Bose sono passati importanti rappresentanti dell’Ortodossia e del mondo protestante. Bianchi è entrato in relazione con pontefici e uomini di Chiesa di orientamenti molto diversi. Nel 2014 Papa Francesco lo ha nominato consultore del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani. Per molti era un maestro spirituale. Per altri era diventato troppo ingombrante, troppo presente, troppo politico. Non è mai stato un personaggio neutro. E probabilmente non ha mai cercato di esserlo.

Sapeva essere affascinante e tagliente, capace di costruire relazioni profondissime e altrettanto profonde opposizioni. Aveva idee nette sulla Chiesa e sulla società e non aveva particolare timore di esprimerle. Dentro quell’uomo pubblico, però, è rimasto anche il ragazzo dell’orto. Bianchi amava cucinare, ricevere gli amici, preparare una tavola. Parlava del pane con la stessa serietà con cui parlava delle Scritture. Coltivare, impastare, mangiare insieme non erano dettagli folcloristici della sua personalità: appartenevano alla sua idea della vita.

Per oltre mezzo secolo è sembrato impossibile separare Enzo Bianchi da Bose. Poi è successo. Il 25 gennaio 2017, dopo essere stato priore dalla fondazione, ha lasciato la guida della comunità. Gli è succeduto Luciano Manicardi. Doveva essere il passaggio dalla stagione del fondatore a quella del dopo-fondatore. È stato molto più complicato. Negli anni successivi dentro la comunità sono emerse tensioni pesanti. Alla fine del 2019 è arrivata una visita apostolica. Nel maggio del 2020 la Santa Sede ha disposto che Bianchi si allontanasse da Bose a tempo indeterminato, insieme ad altri membri interessati da provvedimenti differenti.

Il provvedimento è stato approvato in forma specifica da Papa Francesco. La comunicazione ufficiale racconta la necessità di aiutare il rilancio della vita comunitaria dopo un periodo di tensioni e difficoltà nel governo della comunità. I particolari della vicenda, però, non sono mai stati resi pubblici nella loro interezza. È cominciato un braccio di ferro dolorosissimo. Perché una cosa è lasciare un incarico. Un’altra è lasciare il luogo nel quale hai vissuto per cinquantacinque anni e che, nel bene e nel male, tutti identificano con te.

Nel giugno 2021 Bianchi se n’è andato davvero. Ha preparato le sue cose e ha lasciato la Serra per trasferirsi temporaneamente in un appartamento a Torino. La Voce ha raccontato quel trasloco e le parole con cui lui stesso lo ha accompagnato: «Per noi vecchi migrare è uno strappo non pensabile». Bianchi ha chiamato quella stagione “esilio”. L’uomo che aveva predicato per tutta la vita la comunità si è ritrovato sostanzialmente solo. Invitava gli amici a raggiungerlo. Cucinava. Conversava. Continuava a scrivere.

Ma non voleva finire così. Ed è qui che la sua storia è tornata nel Canavese. Non è andato lontano da Bose. Ha scelto Albiano d’Ivrea. Una vecchia cascina nel verde, raggiungibile da una stradina che parte dalla provinciale, un edificio di due piani con cortile che da sempre portava un nome quasi incredibilmente adatto alla sua storia: Camadio. Casa della madia. Il posto dove si fa il pane.

Con l’aiuto di amici e attraverso un mutuo decennale ha acquistato l’immobile. Attorno al progetto si è mosso un comitato nel quale sono entrati, tra gli altri, l’ex sindaco di Torino Valentino CastellaniCorrado Colli, Massim Cacciari e il chirurgo e consigliere regionale Mauro Salizzoni. Sono partiti i lavori, la raccolta fondi, l’orto. La Voce ha seguito quella storia quando ancora la cascina era un cantiere e Bianchi spiegava cosa intendesse farne.

Una nuova Bose? Lui diceva di no. Bose era stata generata una volta e non si poteva generarla di nuovo. Non voleva creare il clone della comunità dalla quale era stato allontanato. Diceva di voler semplicemente tornare a ciò che sentiva di essere: un monaco che vive con altri monaci.

Il 9 settembre 2023 la Casa della Madia viene inaugurata ufficialmente. Bianchi ha ottant’anni. Nella cascina vivevano cinque uomini e due donne. C’erano camere per gli ospiti, il lavoro nei campi, la preghiera, gli incontri, una tavola alla quale sedersi. Quel giorno Bianchi pronuncia forse la frase più bella per raccontare l’ultima parte della sua vita: «Ricomincio daccapo a ottant’anni ciò che ho sempre voluto essere, monaco tra monaci».

Ricominciare. Non riconquistare Bose. Non cancellare quello che era successo. Non fare finta di non aver sofferto. Ricominciare.

La Casa della Madia è diventata così l’ultima casa di Enzo Bianchi. Una casa molto più piccola del monastero che aveva fondato, senza la dimensione e il peso raggiunti negli anni da Bose, ma forse proprio per questo più vicina all’immagine originaria della sua vocazione. Una fraternità, un orto, gli ospiti, il pane, le parole.

La salute intanto era diventata più fragile. Gli anni si facevano sentire. Ma Bianchi ha continuato a intervenire nella vita della Chiesa e del Paese, senza perdere quel carattere che per decenni aveva conquistato alcuni e irritato altri. Non è diventato accomodante con la vecchiaia. Ha continuato a criticare, discutere, prendere posizione. Ha continuato soprattutto a parlare di Vangelo, di umanità e di quel confine sempre più vicino che è la morte.

E fino all’ultima estate è rimasto attivo. Il 2 agosto 2026, alla Casa della Madia, ha pronunciato ancora un’omelia sulla condivisione. Pochi giorni dopo ha parlato della Trasfigurazione. La sua voce era ancora lì, dentro quella cascina di Albiano costruita per non vivere da solo gli ultimi anni. Poi le condizioni di salute sono precipitate. È arrivato il ricovero alle Molinette. E questa mattina la morte.

Aveva 83 anni.

Adesso resteranno i libri. Resteranno le discussioni teologiche e quelle politiche. Resteranno gli amici e gli avversari. Resterà da discutere, forse ancora per molto, anche la dolorosa conclusione del suo rapporto con la comunità che aveva fondato. Ma soprattutto resteranno due luoghi: Bose e Albiano.

La prima racconta ciò che Enzo Bianchi è riuscito a costruire quando era giovane e aveva davanti tutta la vita. La seconda racconta qualcosa di forse ancora più difficile: ciò che un uomo riesce a costruire quando pensa che la parte più importante della sua vita sia ormai alle spalle.

A poco più di vent’anni Enzo Bianchi è arrivato sulla Serra praticamente senza nulla e ha provato a fondare una comunità. Più di mezzo secolo dopo ha dovuto andarsene da quella stessa comunità. Avrebbe potuto vivere il resto dei suoi giorni soltanto nel ricordo, nel rancore o nella nostalgia.

Ha scelto una cascina ad Albiano d’Ivrea. Ha fatto rimettere a posto le stanze. Ha piantato ancora un orto. Ha apparecchiato ancora una tavola.

E ha ricominciato.

Forse, al netto di tutto ciò che si potrà dire di lui, è questa l’immagine che resterà più a lungo: un vecchio monaco che ha perso la casa della sua vita e, invece di passare gli ultimi anni a guardarla da lontano, ne ha costruita un’altra.

Requiescat.

(Fonte: giornalelavoce.it)

 

Da Nicola Gallo

Partenopeo, diploma di Maturità Classica (Lic.Stat. G.B.Vico), Laurea in Scienze Politiche conseguita presso l'Università degli Studi di Napoli Federico II. Frequentazione parziale di Belle Arti. "Per aspera ad Astra, ad Astra ad Infinitum". Informare è un dovere, è un diritto. Informare ed essere informati, per il bene di tutti.