Trump fa affari con il petrolio del Venezuela

Nel Venezuela post-Maduro e post terremoto del 24 giugno scorso, ecco arrivare su Truth il suo proprietario e presidente USA con l’ennesimo «accordo storico»: stavolta sul petrolio del Paese sudamericano, che detiene le riserve di greggio più grandi del mondo.

Oltre all’annuncio su Truth, per ora non esiste un testo contrattuale pubblicato. Secondo le fonti di stampa, Trump rivendica il «controllo di maggioranza» statunitense su oltre 65 miliardi di barili di riserve provate venezuelane, «a costo zero» per il contribuente e tale da «più che raddoppiare» le riserve Usa.

Piatto ricco

Il Venezuela ha circa 303 miliardi di barili di riserve provate (dati Opec-Eia), le maggiori al mondo e quasi un quinto del totale, davanti ad Arabia Saudita (267), Iran (209), Canada (163) e Iraq (145). La Russia ne ha circa 80, gli Stati Uniti 45 circa. Un blocco da 65 miliardi, dunque, più che raddoppierebbe davvero il dato americano. Il paradosso è che, pur sedendo su queste riserve, il Venezuela estrae oggi circa l’1% del greggio mondiale, poco più di un milione di barili al giorno.

I dettagli operativi per ora sono scarsi. Secondo un funzionario Usa anonimo l’intesa si reggerebbe su una nuova società privata, descritta come una joint-venture tra il governo degli Stati Uniti e un «operatore privato esperto» con base in Venezuela, la cui identità non è stata resa nota. Chi siano i soci non è chiaro.

Tra le compagnie straniere che mantengono oggi una presenza reale nel Paese ci sono, ad esempio, Chevron, Repsol ed Eni, che secondo alcune fonti di stampa potrebbero essere candidati naturali.

A questa società «privata» la presidente ad interim, Delcy Rodríguez, avrebbe concesso per cento anni lo sfruttamento di giacimenti per circa 63 miliardi di barili. Washington controllerebbe il 55% dell’«effective output», diviso tra una quota nella holding e il diritto di comprare greggio «at cost» da destinare alla Strategic Petroleum Reserve, ora ai minimi dopo i rilasci per contenere la crisi di Hormuz, e a usi militari. Con queste cifre si tratterebbe, per riserve, del secondo detentore corporate al mondo dopo la saudita Aramco.

Un punto delicato è il ruolo della Pdvsa, la compagnia petrolifera di Stato venezuelana: l’annuncio non le attribuisce alcuna quota esplicita. Sarebbe una rottura col modello storico, che imponeva per legge a Pdvsa almeno il 60% nelle «imprese miste» con i privati, un vincolo tuttavia allentato dalla riforma degli idrocarburi di fine gennaio, che ha ridotto la partecipazione statale. Se confermata, la struttura vedrebbe dunque lo Stato venezuelano cedere il controllo diretto dei propri giacimenti a un veicolo privato a maggioranza d’influenza statunitense. È qui che si appuntano i dubbi di costituzionalità sollevati dalle opposizioni venezuelane.

Il comunicato ufficiale del governo Rodríguez ha aggiunto al quadro alcune cifre: i 65 miliardi di barili di riserve verrebbero da 17 giacimenti; si prevedono 100 miliardi di dollari di investimenti e oltre 209 miliardi di tasse per Caracas. I nodi da sciogliere non mancano.

Il primo è che l’operazione, per ora, è solo un annuncio: manca il testo, manca l’operatore privato — che pure ne è il cuore — e formule come «55% effective output» o acquisto «at cost» restano indefinite. Il secondo è industriale: far salire la produzione richiede anni e decine di miliardi per riparare infrastrutture fatiscenti. Solo a gennaio il ceo di ExxonMobil, Darren Woods, definiva il Paese «un-investable».

Sul piano geopolitico la mossa si legge invece alla luce degli obiettivi dichiarati dell’amministrazione Usa, sotto pressione sui prezzi: benzina a 4,09 dollari al gallone, riserva strategica scesa sotto i 300 milioni di barili (minimo dagli anni ’80) e midterm a due mesi. La guerra Usa-Israele contro l’Iran, al sesto mese, ha strozzato Hormuz: assicurarsi greggio nell’emisfero occidentale, per riserva strategica e usi militari, risponde a un’esigenza di sicurezza energetica oltre che elettorale. C’è anche una logica strategica: usare il petrolio come strumento di pressione su Caracas. Lo scambio è implicito: gli Usa offrono stabilità e capitali a un esecutivo non eletto e “illegittimo”, in cambio di accesso privilegiato alle risorse. La transizione democratica del Paese, insomma, passa in secondo piano.

Non è chiaro neppure il rapporto con le intese bilaterali già in corso e autorizzate dall’Ofac, l’agenzia Usa delle sanzioni (come quelle di BP, Chevron, Eni, Repsol, Shell e Maurel & Prom). Chevron, unica major Usa rimasta e nel Paese dal 1923, secondo il Wsj sarebbe vicina a un nuovo accordo. Repsol ha ripreso il controllo di Petroquiriquire. Dopo l’uscita degli Emirati dall’Opec a maggio, viene segnalato anche l’interesse di Adnoc. Da parte sua l’Eni ha un piede saldo nel dossier. Il 28 aprile ha firmato un accordo per rilanciare il giacimento Junín-5 (Pdvsa 60%, Eni 40%) nell’Orinoco. Il gruppo italiano ha ripreso da aprile a prelevare greggio come pagamento in natura per recuperare crediti miliardari pregressi; nel 2025 ha prodotto nel Paese circa 64.000 barili al giorno, in prevalenza gas. La domanda tecnica più rilevante resta aperta: se la nuova società a controllo Usa sui «17 giacimenti» includa, assorba o scavalchi asset già contrattualizzati, come Junín-5.

La questione politica

Le opposizioni venezuelane, a partire da María Corina Machado, contestano la legittimità stessa di un governo non eletto a disporre per un secolo delle risorse del Paese. Ma per ora l’unico documento certo è un post. La prova del nove sarà il testo del contratto, i nomi, le quote, le condizioni, i tempi. Fino ad allora il “più grande accordo petrolifero della storia” resta nelle lettere maiuscole di n annuncio su Truth.

Ma cosa possiamo aspettarci da un presidente che vuole rinominare luoghi geografici a suo piacimento?

(Fonte: IlGiornale)

Da Nicola Gallo

Partenopeo, diploma di Maturità Classica (Lic.Stat. G.B.Vico), Laurea in Scienze Politiche conseguita presso l'Università degli Studi di Napoli Federico II. Frequentazione parziale di Belle Arti. "Per aspera ad Astra, ad Astra ad Infinitum". Informare è un dovere, è un diritto. Informare ed essere informati, per il bene di tutti.