Pasolini e il cortometraggio “La Ricotta”: l’Italia di “Stracci”, umano, troppo umano

La ricotta. Girato in parte in bianco e nero, in parte a colori.

Stracci, protagonista del corto di Pasolini, è, letteralmente, uno straccio. Quel nomignolo che gli hanno affibbiato ormai gli si è attaccato addosso, come una seconda pelle. Stracci lo ha adottato, fatto suo, come una filosofia di vita. Si trascina sul set, sono giorni che fa la comparsa sotto il sole cocente delle borgate romane ( ancora non cementificate ).

In quella terra circondata da palazzi in costruzione, questo straccione vende la sua faccia per un cestino del pranzo o un canestro di ricotta, da dividere con la sua famiglia di affamati sociali. Pur di raggranellare qualcosa ha scelto di fare la comparsa in un film sulla passione di Cristo. Lui che di passioni non ne conosce, oltre alla fame; di quella ormai è un vero conoscitore.

Sul set si respira un’aria di festa, si balla si ride e si scherza, tra le croci e i costumi. Stracci però, non riesce a condividere quella ingenua festosità. Dovrebbe sentirsi libero e leggero, senza un lavoro e senza nulla da perdere. C’è un detto popolare che recita: tre sono i potenti, il papa, il re e i nullatenenti. Ma lui non si sente più così, da tempo. Smessi i panni di accattone, non gode più nel vivere di espedienti, di piccoli furtarelli e di schiavitù volontaria. E non è abbastanza stupido da non rendersi conto che non c’è posto per quelli come lui nel mondo, la gente perbene non ne vuole sapere nulla di questi reietti.

L’attore improvvisato osserva la città che cresce e, palazzo dopo palazzo, inghiotte le borgate con morsi di cemento e asfalto. Che futuro lo aspetta? Nello sguardo schifato degli attori professionisti e ricchi, nello sdegno delle autorità, capisce che quegli alveari travestiti da civiltà serviranno per la sua gente. Con la scusa del decoro, della dignità, sarà cacciato via dal lungo Tevere, lontano dai riflettori della dolce vita. Baratterà la sua baracca, povera, ma dignitosa, per un appartamento anonimo; getterà via la compagnia di pochi animali da cortile, per il sottofondo sonoro di un freddo televisore.

Non sembra esserci fuga da questo destino infausto. La modernità e il progresso corrono sul cono dei tubi catodici, nelle luci dei rumorosi juke box; il boom economico pretende allegria, ottimismo, voglia di spendere e godersi la vita, anche a rate. I borgatari ignoranti e sporchi come Stracci non fanno altro se non sporcare e dare fastidio, ammorbare l’aria, mettendo tristezza a chi inizia ad assaporare il sogno capitalista americano di auto realizzazione e ricchezza a tutti i costi.

Giovanni “Stracci” (impersonato da un Mario Cipriani da Oscar) è il ladrone buono crocifisso con il Messia; ma lui si sente come il Cristo dei poveri cristi. Le tinte pastello dei costumi e delle scenografie, quei colori così vividi da stonarlo, sembrano dei quadri che pian piano prendono vita. Nulla a che vedere col grigiore della realtà. Tutte le sfumature del bianco e del nero, miscelate insieme per restituire le tonalità di un’esistenza votata alla miseria, spirituale e materiale. Il grigio di una caverna, dove rifugiarsi per godere di un tozzo di pane e ricotta guadagnati con l’inganno, lontano da quell’allegria fastidiosa. Che vita è questa, a combattersi un misero panino con un cane viziato? Col desiderio semplice, di un pezzo di ricotta da godersi in pace.

Non vale la pena chiederselo, forse non è neanche veramente vita. Deriso e preso in giro da tutti, che si approfittano della sua fame atavica per tirargli dei brutti scherzi, è un pesce all’amo, oggetto del dileggio di giovani annoiati, con un panino con “mortazza” come esca. Ignorato, se non insultato dall’attrice protagonista, che lo tratta con superbia tale da far sentire in diritto persino il suo cane viziato di mettergli le zampe in testa. Il povero Stracci non ne può più, esasperato decide di dar fondo a tutta l’antica vena di affabulatore, e così scambia il cane per un biglietto di sola andata verso il paese della buona classica ricotta.

È una montagna bianca, morbida e cremosa come neve. Per questo attore impacciato non è solo un lauto pasto, ma una liberazione dai morsi della fame e della miseria, con una piccola banconota da 1000 lire. La ricotta è un modo per togliersi di dosso quei cenci che tanto disprezzo attirano; la ricotta è la possibilità di togliersi quella maschera da clown che tanto fa ridere, ma dentro marcisce nella sua taciuta sofferenza. Agli occhi di tutti, imbelli e presuntuosi, la fame, la mancanza di un lavoro, di una casa, sono tutte colpe da addossare allo straccione. Stracci non lavora e non ha cibo per colpa sua, perché non si impegna abbastanza nel cercare di crearsi uno stile di vita consono ai tempi che cambiano.

La fame lo ha ridotto alla sopravvivenza dell’ultimo giorno. Non si rende conto di stare consumando la sua ultima cena. Come Cristo, si avvia da solo alla croce, lasciando dietro di sé centinaia di spettatori ignari del dramma che sta succedendo. Che morte potrà mai avere un uomo che non ha mai vissuto? Stracci non si è mai sentito vivo, non ha mai condotto una vita che possa dirsi degna di questa definizione. Si è mantenuto alle soglie della bestialità, sciogliendosi solo tra le ditate candide del ricco latticino. Non potrà mai più godere di qualcosa di tanto bello e poetico come la ricotta. Meglio spegnersi allora.

Nel cortometraggio compare il regista Orson Welles, che interpreta appunto un regista, cinico, ateo, che dirige un film religioso. La genialità di Pasolini sta non solo nel tableau vivant di Cristo & ladroni, ma nel mettere in luce la complessa macchina cinematografica che sta dietro ogni film.
Il critico del giornale che scrive l’articolo sul film è sottomesso alla grandezza intellettuale e crudele del regista, che ricorda lui di lavorare per una testata che appartiene allo stesso produttore della pellicola. Politici e gente importante banchettano con primizie lasciate sotto il sole, e un esercito di galoppini si muove freneticamente per passare una corona di spine.

Da vedere, per comprendere chi siamo, per capire cose era e cosa è rimasto di una Italia passata, piena di speranze, piena di delusioni.

Vi verrà fame, e vorrete ricotta e pane.

 

 

(Fonte: Artesettima.it)

 

Da Nicola Gallo

Partenopeo, diploma di Maturità Classica (Lic.Stat. G.B.Vico), Laurea in Scienze Politiche conseguita presso l'Università degli Studi di Napoli Federico II. Frequentazione parziale di Belle Arti. "Per aspera ad Astra, ad Astra ad Infinitum". Informare è un dovere, è un diritto. Informare ed essere informati, per il bene di tutti.