Manfredi Borsellino, figlio del giudice, sul caso Ranucci ha da dire

Continua a far discutere l’accostamento che Sigfrido Ranucci ha fatto tra la sua figura e Aldo Moro, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Nelle ore in cui Lavitola veniva interrogato e ammetteva di essere stato lui a ordinare l’attentato contro Ranucci, quest’ultimo pubblicava sui propri canali social una foto in bianco e nero con i due magistrati vittime della mafia e una scritta eloquente: “La voce che spaventa”.

Accostamento che, ai più, è apparso non solo fuori luogo ma a dir poco imbarazzante. Condito da alcune frasi altrettanto emblematiche: “La storia italiana non uccide mai i suoi uomini migliori per debolezza, li uccide per eccesso di chiarezza. Muoiono tutti nello stesso modo, non tanto per la pallottola o per il tritolo, quanto per aver visto, un attimo prima degli altri, il disegno intero di cui erano parte, e per aver tentato, con l’ingenuità di chi crede ancora nella verità come in un bene comune, di raccontarlo a voce alta”.

Questo azzardato parallelo, con cui Ranucci si mette sullo stesso piano dei martiri della mafia e del terrorismo, ovviamente ha suscitato diverse prese di posizione. Tra queste segnaliamo ciò che ha scritto Manfredi Borsellino, figlio del giudice: “Paragonarsi a quei giganti, da Giovanni Falcone a mio padre, è problematico per chiunque. Io stesso, come figlio, non mi sento ancora all’altezza”.

Nel corso della trasmissione “4 di sera” Maurizio Belpietro ha posto la domanda (lecita) su come fosse possibile che Ranucci non sapesse del “curriculum” di Lavitola e avesse quindi amicizia proprio con quest’ultimo.

(Fonte: IlGiornale)

Da Nicola Gallo

Partenopeo, diploma di Maturità Classica (Lic.Stat. G.B.Vico), Laurea in Scienze Politiche conseguita presso l'Università degli Studi di Napoli Federico II. Frequentazione parziale di Belle Arti. "Per aspera ad Astra, ad Astra ad Infinitum". Informare è un dovere, è un diritto. Informare ed essere informati, per il bene di tutti.