Un bambino nato in condizioni gravissime, morto dopo appena due giorni di vita, e una morte che, secondo il Tribunale di Firenze, si sarebbe potuta evitare. È quanto emerge da una sentenza di primo grado che ha condannato l’Azienda ospedaliero-universitaria Careggi a risarcire i genitori del piccolo con una somma complessiva superiore al mezzo milione di euro, sulla base delle conclusioni di una perizia collegiale. La notizia è riportata da Il Tirreno e La Nazione.
I fatti
I fatti risalgono all’autunno del 2017. Il bambino nacque il 18 ottobre in condizioni gravissime e morì due giorni più tardi. I genitori, ritenendo che vi fossero responsabilità da parte della struttura sanitaria, decisero di citare in giudizio l’Aou Careggi, che ha sempre contestato ogni addebito nel corso del processo.

Al centro della vicenda giudiziaria c’è il mancato utilizzo di un cardiotocografo dotato di doppio trasduttore, uno strumento capace di distinguere contemporaneamente il battito cardiaco della madre da quello del feto. Secondo il collegio peritale, in assenza di questa apparecchiatura moderna, i sanitari non sarebbero riusciti a intercettare correttamente la condizione di ipossia subacuta del feto. L’utilizzo del doppio trasduttore, spiegano gli esperti, avrebbe permesso di evitare un artefatto nel tracciato ed identificare in modo corretto il battito fetale, con elevata probabilità di diagnosticare tempestivamente l’ipossia neonatale e procedere con un parto cesareo in grado di salvare il bambino.
Il Tribunale ha evidenziato come, già all’epoca dei fatti, le linee guida raccomandassero la disponibilità di apparecchiature capaci di garantire un controllo più accurato delle condizioni cardiache di madre e feto. Per il giudice non è sufficiente sostenere che la presenza del cardiotocografo con doppio trasduttore non fosse obbligatoria: la struttura avrebbe dovuto valutare l’adozione della tecnologia alla luce delle migliori evidenze scientifiche disponibili e dei rischi connessi alla sua mancata disponibilità. Nella sentenza si legge che l’adeguamento degli standard tecnologici rientra nella “diligenza qualificata” richiesta a una struttura sanitaria, una valutazione che non può limitarsi al costo economico dell’apparecchiatura, ma deve considerare anche le conseguenze derivanti dalla mancata individuazione di condizioni patologiche.
Altro elemento emerso durante il processo riguarda la preparazione degli operatori sanitari. Secondo quanto riportato nella sentenza, non sarebbe stata dimostrata un’adeguata formazione del personale nel riconoscere gli artefatti che potevano comparire durante il monitoraggio. L’ospedale, inoltre, non avrebbe predisposto protocolli alternativi per compensare l’assenza del doppio trasduttore, come ad esempio il monitoraggio manuale e continuativo del polso materno.
Il risarcimento: motivazioni
Il Tribunale ha ritenuto che Careggi, anche considerando le proprie dimensioni e il ruolo di riferimento nel panorama sanitario nazionale, avrebbe dovuto adottare una condotta organizzativa e tecnologica adeguata alle conoscenze scientifiche già disponibili nel 2017. La sentenza ha riconosciuto ai genitori un risarcimento complessivo superiore al mezzo milione di euro, con un importo inferiore riconosciuto al padre rispetto alla madre: il giudice ha infatti ritenuto ragionevole presumere una sofferenza maggiore per la donna, che aveva portato il figlio in grembo fino al momento della nascita.
Il risarcimento danni non potrà mai colmare la perdita di una vita umana di soli due giorni.
(Fonte: Leggo)

