A quasi otto anni dalla morte di Desirée Mariottini, la vicenda giudiziaria si apre a un nuovo, triste capitolo. Dopo la conclusione del processo penale, con tutte le condanne ormai definitive, la famiglia della sedicenne di Cisterna di Latina uccisa nel 2018 a San Lorenzo, a Roma, si è scontrata con un ostacolo che va oltre le aule di tribunale: chi ha ucciso Desirée non ha beni né redditi da cui attingere per pagare un risarcimento.
Il risarcimento per Desirée
I legali della madre e della sorella della ragazza avevano chiesto allo Stato italiano un risarcimento di circa 900mila euro, invocando le direttive europee sui risarcimenti alle vittime di reati violenti, proprio perché Yousef Salia — condannato all’ergastolo come autore dell’omicidio — risulta essere nullatenente e quindi incapace di risarcire personalmente i familiari della vittima.

Richiesta respinta dal giudice
Il giudice Claudio Patruno, della seconda sezione civile del Tribunale di Roma, ha però respinto la richiesta. Nella sentenza il giudice ha tracciato una distinzione netta tra due concetti che nel linguaggio comune vengono spesso confusi: risarcimento e indennizzo. Il primo mira a ripristinare la situazione precedente al danno subito; il secondo ha una funzione più limitata, di natura riparatoria, e non è commisurato all’entità del danno effettivamente patito. Secondo il Tribunale, l’Italia ha già recepito correttamente le direttive Ue attraverso il Fondo del ministero dell’Interno, che eroga somme prestabilite alle vittime quando il condannato non è in grado di pagare
Il risarcimento riconosciuto (irrisorio)
Nel caso di Desirée, il Fondo ha riconosciuto 25mila euro per la violenza sessuale e 50mila euro per l’omicidio — cifre lontane, ovviamente, dai 900mila euro richiesti. E si tratta per di più di importi cumulativi, da dividere pro quota tra tutti gli aventi diritto: madre, sorella e padre della ragazza.
Il ricorso
I legali della famiglia hanno già annunciato l’intenzione di fare appello, sostenendo che le norme italiane non siano ancora pienamente conformi ai principi stabiliti dall’Unione europea in materia di risarcimento alle vittime di reati violenti. La questione passerà ora alla Corte d’Appello di Roma, che dovrà stabilire se l’interpretazione data dal Tribunale civile — indennizzo sì, risarcimento no — sia davvero coerente con lo spirito della normativa europea.
L’omicidio di Desirée
Desirée, la sera del 17 ottobre 2018, perse l’ultimo bus per tornare a casa e rimase a Roma. Fu attirata in uno stabile abbandonato in via dei Lucani, nel quartiere San Lorenzo, all’epoca noto punto di spaccio. Lì venne drogata con un mix di eroina, cocaina e psicofarmaci, abusata sessualmente da più persone mentre era incosciente, e infine lasciata agonizzante senza che nessuno chiamasse i soccorsi. Il corpo fu ritrovato nella notte tra il 18 e il 19 ottobre 2018.
I colpevoli e il processo
Furono arrestati quattro uomini di origine africana — Mamadou Gara, Alinno Chima, Brian Minthe e Yousef Salia — accusati a vario titolo di omicidio, violenza sessuale di gruppo, cessione di stupefacenti e morte come conseguenza di altro reato. In primo e in secondo grado (Corte d’assise d’appello di Roma, novembre 2022) arrivarono condanne pesanti: ergastolo per Gara e Salia, 27 anni per Chima, 24 anni e mezzo per Minthe.
Nell’ottobre 2023 la Cassazione annullò parzialmente il verdetto d’appello, facendo cadere alcune accuse — tra cui quella di violenza sessuale a carico di Salia — e disponendo un “appello bis” davanti a un’altra sezione della Corte d’assise d’appello di Roma. Il percorso giudiziario si è chiuso definitivamente nell’ottobre 2024: tutti e quattro gli imputati sono stati riconosciuti colpevoli in via definitiva, con pene finali di 22 anni per Gara, 26 per Chima, 18 per Minthe ed ergastolo per Salia.
Al dolore della morte segue sempre, come in questo caso, il dolore per una giustizia che non viene sentita come “giusta”.
(Fonte: Corriereadriatico)

