Per mesi Adriano Cappellari ha raccontato di essere vittima di lettere minatorie indirizzate a lui, alla premier Giorgia Meloni oltre al prete anti camorra Don Maurizio Patriciello, e a maggio ha piazzato un pacco bomba poi esploso davanti alla sua abitazione di Enego (Vicenza).
Nei giorni scorsi il ventunenne, difeso dall’avvocato Roberto Rigoni Stern, ha confessato di essere stato il regista della messinscena. Il movente? Stando a quanto raccontato agli inquirenti la pressione seguita alla segnalazione fatta a Report, la trasmissione di Sigfrido Ranucci, sulla gestione di 40 mila euro ricevuti dagli ex amministratori di Enego come risarcimento per le minacce subite.
L’intervista che segue è del Corriere della Sera.
Adriano, come sta?«Ora mi sento sereno e libero di non dover più fingere anche se all’inizio non è stato semplice, il mondo mi è crollato addosso».
Lei collega l’origine di questa storia alla segnalazione fatta a Report. Come mai ha deciso di contattare la trasmissione?«Avevo saputo che i soldi ricevuti dall’ex sindaco e dalla sua vice per le minacce subite durante il mandato non erano stati investiti in iniziative per la legalità come promesso in campagna elettorale. Avevo pensato a una raccolta firme per chiedere spiegazioni ma sono stato lasciato solo. Ho anche contattato gli ex amministratori ma senza ricevere risposta. Così mi sono rivolto a Report».
Ha incontrato Sigfrido Ranucci?«Ad agosto 2024 sono andato a un suo evento organizzato vicino a casa mia e gli ho spiegato la situazione. Ha letto i documenti e qualche mese dopo i giornalisti di Report sono venuti a Enego».
Tornasse indietro lo rifarebbe?«Assolutamente no. Non perché non fosse giusto puntare i riflettori sulla questione ma perché non dovevo occuparmene io, non era mio compito. E poi le conseguenze sono state drastiche».
Cos’è successo dopo la messa in onda del servizio?«Il paese si è diviso. Sembrava si fossero formate due fazioni. Sono cominciati gli attriti tra gli ex amministratori coinvolti nell’inchiesta di Report e la maggioranza. Poi sono iniziati anche gli attacchi diretti contro di me».
Che tipo di attacchi?«Non entrerò nello specifico ma sui social c’erano commenti denigratori nei miei confronti. Era come se mi incolpassero della brutta immagine che avevo dato del paese».
Qual era per lei l’obiettivo di quell’inchiesta?«Volevo soltanto che si trovasse una soluzione per far rispettare quelle promesse fatte in campagna elettorale. Non volevo creare un clima d’odio in paese».
E così ha scelto di scrivere quelle lettere.«Ho creduto, stupidamente, che le minacce a me potessero allontanare le pressioni che subivo. Molti credono che l’abbia fatto per cercare visibilità ma non è così».
Pensava che la sua vicenda diventasse un caso nazionale?«Non lo avrei mai creduto. Volevo solo che avesse una risonanza locale, desideravo che a Enego sapessero delle intimidazioni così da evitarmi altri attacchi. Non a caso la prima lettera di minacce l’ho inviata al quindicinale locale L’Altopiano e non a un giornale nazionale».
Perché l’attentato incendiario del 30 maggio?«Le lettere non sono bastate a far scendere la pressione su di me, ho pensato che alzando il livello potesse cambiare qualcosa ma la situazione mi è sfuggita di mano»
Non ha mai creduto di essersi spinto troppo in là?«Non ho mai valutato le conseguenze e ho perso completamente la lucidità. Chiedo nuovamente perdono per avere tradito la fiducia di tutti».
Ha mai avuto paura di essere scoperto?«Sì. Volevo parlarne con qualcuno ma poi mi sono bloccato. Quando mi hanno dato la scorta mi sono reso conto che la cosa era più grande di me e che non sarei più riuscito a gestirla».
E quando i carabinieri si sono presentati a casa sua?«Ho pensato che finalmente fosse finita e mi sono subito messo a disposizione delle indagini. Sembra strano, ma sono contento che mi abbiano fermato loro».
Quando è stata resa pubblica l’inchiesta le è arrivata anche una lettera da don Patriciello. Che cosa ha provato?«Sono stato io a coinvolgerlo in questa vicenda e avevo il timore che, giustamente, non volesse più rivolgermi la parola. Invece mi ha perdonato».
Il sacerdote però le ha detto che a Caivano, la sua parrocchia, non è il posto giusto per un percorso di giustizia riparativa.«Sono d’accordo. Per il mio riscatto sono pronto a qualsiasi altra soluzione, voglio solo trovare il modo di ricominciare».
I suoi genitori come hanno reagito alla confessione?«Ho letto la delusione sui loro volti ma hanno capito e mi sono vicini».
E ora cosa vuole fare? Vorrebbe riprovare con la carriera giornalistica?«Dopo aver riparato il mio guaio con la giustizia vorrei riprendere a studiare e iscrivermi all’università, forse a Lettere. La mia era una passione vera ma ora la credibilità è del tutto annullata e non porterò avanti questa cosa».
Caro Adriano, puoi dirlo forte. La tu credibilità è pari alla probabilità che piovano rubini e smeraldi: zero.
(Fonte: CorrieredellaSera)

