Oggi alle 15 Milano, e non solo, darà l’ultimo saluto a don Antonio Mazzi con i funerali nella Basilica di Sant’Ambrogio. Funerali che seguono due giorni di camera ardente per salutare quel sacerdote arrivato da Verona che, per ben 40 anni, ha aiutato tante persone, soprattutto giovani, a uscire dal baratro della tossicodipendenza.
Il fondatore di Exodus se ne è andato nel cuore dell’estate, a 96 anni, in quella che era diventata la sua Milano. Lo ha fatto nella sede centrale della sua Fondazione, la Cascina Molino Torrette, un luogo ameno dalle pareti rosa, circondato dal verde e dai vasi pieni di fiori colorati. È qui, nel nord-est della città, che Mazzi ha iniziato la sua scommessa, quella di strappare dalle dipendenze di eroina e cocaina tanti ragazzi.
Dare speranza
A distanza di decenni il Parco Lambro è diventato un punto di riferimento di cadute e rinascite. Luogo così fragile, raggiunto spesso dalle esondazioni del fiume Lambro, è solo una delle venti sedi della Fondazione. Da qui Don Mazzi si è messo in cammino e ha aperto venti sedi in tutta Italia, 9 al nord, 5 al centro, 6 al sud. Uno dei motti del sacerdote “ribelle”, amante dei ragazzi più difficili perché lui stesso si sentiva così, campeggia in diversi posti della cascina, dedicando il luogo a chi ha «una tremenda voglia di vivere».
La stessa scritta si trova sulla maglietta blu indossata dal vicepresidente della Fondazione Exodus Franco Taverna, alla camera ardente Più che focalizzarsi sul ricordo del passato, parla subito di futuro, come voleva lo stesso don. «Il dopo è una scommessa, come lo è stato l’inizio» sottolinea Taverna. Di futuro ne aveva parlato lo stesso sacerdote veronese, il giorno del suo compleanno: «Il punto di arrivo è stato il 30 novembre, quando abbiamo deciso di cambiare lo statuto». Da quel momento la Fondazione è diventata collegiale, «abbiamo inserito tute le anime di Exodus, abbiamo trovato il modo di mettere insieme sotto un unico organismo tutte le realtà che sono nate: le associazioni, le cooperative e i consorzi».
Il suo lascito
Il futuro di Exodus sarà dunque «una realtà multipla e policentrica». Questa volontà era stata comunicata dal fondatore di Exodus durante un viaggio in Terra Santa, con alcuni dei suoi ragazzi ed educatori. Per Luigi Maccaro, responsabile della sede di Cassino di Exodus, quella è stata una delle esperienze più forti fatte con lui. «Lì ci ha detto che non voleva una persona, un successore ma una dimensione di collegialità molto forte che dopo di lui potesse portare avanti il cammino di Exodus. Nel deserto della Terra Santa ci siamo impegnati ad essere un gruppo che custodisca il carisma e i suoi insegnamenti».
Il tema del viaggio condiviso è stato tema centrale del ricordo, anche dell’allestimento della camera ardente accolta nel refettorio, la grande stanza di legno dove Mazzi amava condividere i pasti, tutti insieme. Per lui, che aveva perso il padre da piccolissimo, quella comunità era a tutti gli effetti la sua famiglia. «Eravamo abbastanza preparati, nelle ultime settimane sia come educatori che come ragazzi nelle comunità ci siamo riuniti per imparare a fare pace con la sua assenza – spiega il responsabile di Cassino -. Siamo convinti che Don Antonio continuerà a camminare con noi, è entrato nella pelle di Exodus in tutti questi anni. Il suo stile, il suo modo di scommettere su ogni ragazzo, anche su chi ha combinato le cose peggiori, lo abbiamo assimilato e abbiamo visto i miracoli che succedevano nella vita dei ragazzi e siamo convinti che adesso ne succederanno ancora di più». Questi miracoli venivano compiuti con un cammino condiviso, che partiva dall’ascolto.
L’ultimo saluto: Bibbia, sandali, un bastone con lanterna
Una vita spesa per aiutare gli altri, soprattutto i più fragili, come si vede dagli oggetti messi ai piedi della bara di legno. Accanto a una copia antica della Bibbia, regalo di un caro amico del Don, aperta sulla Pentecoste, ci sono un paio di sandali grigi e un grande bastone di legno ricurvo con attaccata dietro una lanterna, simbolo di guida che si mette in cammino e viene seguita da altre persone, come spiegano gli educatori. Il bastone ha una scritta bianca che invita a «non cercare una via piana».
Don Mazzi è riuscito a cogliere il grido di aiuto di diverse generazioni, da ultimo quello di chi non riesce a trovare un proprio posto del mondo, in balia delle onde di un’adolescenza sempre più solitaria. L’insegnamento più grande, ricordato da tutti gli educatori, è la certezza che ogni ragazzo può cambiare.
Tanti amici
Nei due giorni di camera ardente tante persone comuni hanno portato il loro ultimo saluto al Don Mazzi, mentre il cantante dei Pooh Roby Facchinetti lo ha ricordato come «una persona unica. Queste persone così speciali non dovrebbero mai morire. Si respira un’emozione particolarissima qui. Se pensate a quanti ragazzi sono passati da da Exodus, ce l’hanno fatta grazie a lui, altri magari no, però il suo ruolo è stato veramente unico e si spera che tutto quello che ha lasciato e seminato possa andare avanti come prima e, perché no, magari anche meglio di prima».
Un ricordo di Mazzi arriva anche dal Brasile, dove si trova l’arcivescovo di Milano Mario Delpini, in visita ai sacerdoti fidei donum ambrosiani in missione nel Paese sudamericano, che ha parlato di lui come «un uomo animato da una inestirpabile fiducia nelle persone, anche quelle date per perdute: la fede in Dio convince che in qualunque storia c’è la presenza amica che vuole salvare». Oggi, per i funerali, il sindaco Giuseppe Sala ha proclamato lutto cittadino.
Grazie, Don. Sei tato un esempio per tutti e siamo sicuro che la tua luce illuminerà tante persone.
Requiescat.
(Fonte: ANSA)

