Qualche giorno fa una ventenne ha ricevuto, via posta, una tessera di iscrizione a Futuro Nazionale, il nuovo partito di Roberto Vannacci. Peccato solo che non si fosse mai iscritta al partito dell’ex generale.
La ventenne ha quindi denunciato la questione alle Autorità informando del fatto i giornali. Che una persona si ritrovi, a sua insaputa, iscritta a un partito politico è un fatto gravissimo. L’iscrizione, infatti, suggerisce adesione, condivisione, partecipazione a principi, valori, ideali, posizioni politiche del partito in questione e, dunque, inesorabilmente tratteggia, connota, descrive il profilo di una persona per cosa pensa. La etichetta, marchia, descrive come sia di destra o di sinistra, con certe idee sull’immigrazione, il nucleare, la guerra, il lavoro, la famiglia, l’economia. Contribuisce, inevitabilmente, a tratteggiarne l’identità nella comunità in cui vive. E non riguarda certe idee migliori o peggiori di altre. Semplicemente ciascuno di noi ha diritto a esser identificato per come è, per le idee in cui crede o meno.
È per questo motivo che la disciplina europea sulla protezione dei dati personali subordina, tra gli altri, proprio il trattamento dei dati idonei a rivelare le convinzioni politiche di una persona a un regime più rigoroso rispetto a quello cui subordina il trattamento di altri dati personali, meno particolari, sensibili, idonei a rivelare aspetti meno rilevanti dell’identità. Inutile elencare i tecnicismi tecnico-giuridici: ai sensi delle regole vigenti non dovrebbe mai accadere che qualcuno si ritrovi nella cassetta della posta la tessera di un partito al quale non ha mai voluto iscriversi e non si è mai iscritto.
Iscritti a propria insaputa
Esplosa la bomba mediatica, il partito di Vannacci ha, dunque, reso noto che avrebbe verificato e cercato la domanda di iscrizione all’origine dell’emissione della tessera intestata alla ventenne. Come dire che se ha spedito una tessera alla ragazza è perché quest’ultima deve essersi iscritta. In relazione a questo episodio, ora non resta che attendere che venga trovata questa domanda di iscrizione o che le indagini facciano il loro corso. Ma, appena qualche giorno prima, un’inchiesta di Fanpage aveva raccontato quanto facile fosse iscrivere al partito del mondo al contrario chiunque, che si trattasse di un personaggio di fantasia come Bruce Wayne e Lara Croft come nell’esperimento della testata online, o, evidentemente, di una persona reale in carne ed ossa (e codice fiscale).
E, effettivamente, basta un giro nell’apposita area del sito di Futuro Nazionale per rendersi conto che chiunque, ma proprio chiunque, può iscrivere chiunque altro al partito fornendo semplicemente il nome e cognome, la data di nascita e l’indirizzo di residenza. Inserisca un numero di telefono e un indirizzo mail qualsiasi e disponga di una carta di credito. Niente di più.
Basta effettuare il pagamento della quota di iscrizione, dieci euro, il che, verosimilmente, significa che il partito sa o potrebbe sapere che a iscrivere un Pinco Pallino inesistente è chi paga. E, però, resta il fatto che chiunque potrebbe iscrivere decine di persone vere o inesistenti.
Sia ben chiaro, nessuno dovrebbe neppure provare a iscrivere chiunque altro a un partito politico senza il suo consenso. E’ illegale. E’ ovvio che il partito politico in questione dovrebbe fare qualcosa di più per scongiurare il rischio che le sue liste si riempiano di iscritti inconsapevoli o, addirittura, inesistenti. Un rischio tutt’altro che teorico, come dimostra anche il precedente dell’assalto ai Radicali attraverso centinaia di false iscrizioni online.
Un problema che riguarda tutti i partiti
Letta l’inchiesta di Fanpage, Roberto Vannacci ha replicato usando la più tradizionale delle italiche scuse: così fan tutti. Quasi che la circostanza di essere in buona compagnia nel non rispettare i diritti e le libertà altrui legittimi a far altrettanto. Ma, a parte questo, non era e non è, esattamente, così. Nel senso che, pur essendo, in effetti, diffuso il “vizietto” delle iscrizioni facili ai partiti, gli altri sembrano fare qualche piccolo sforzo in più.
Fratelli d’Italia, ad esempio, richiede che si indichino anche gli estremi di un documento di identità e che si verifichi l’effettiva disponibilità di un indirizzo mail, mentre il Partito Democratico, pur non richiedendo l’indicazione degli estremi di un documento di identità, richiede che si verifichi l’effettiva disponibilità sia dell’indirizzo mail sia del numero di telefono utilizzati in sede di registrazione. Niente di esaustivo, intendiamoci, comunque non sufficiente, ma meglio del niente del partito del mondo al contrario. Ma il problema esiste e non riguarda solo Futuro Nazionale. Iscriversi a un partito politico online, oggi, in Italia è facile come abbonarsi a un giornale, a una piattaforma di streaming multimediale o a un qualsiasi altro servizio commerciale. Non dovrebbe essere così.
La disciplina europea sulla protezione dei dati personali, il famoso GDPR, impone al titolare del trattamento, il partito politico in questo caso, di verificare che chi chiede di iscriversi sia effettivamente chi dice di essere o, almeno, che chi vuole iscrivere un terzo, circostanza di per sé non comune, abbia ricevuto dal terzo in questione e proprio da quest’ultimo il consenso a procedervi. Non è un problema astratto di sicurezza informatica, ma una questione che riguarda direttamente il funzionamento della politica, troppo spesso poco attenta alla protezione delle proprie infrastrutture e dei dati dei cittadini.
Le regole in UE
Lo ha chiarito, di recente, senza tanti giri di parole, la Corte di Giustizia dell’Unione europea nella Causa C-492/23 con la sentenza del 2 dicembre 2025. Il caso riguardava la pubblicazione su un sito di annunci di un annuncio attraverso il quale una donna offriva prestazioni sessuali, annuncio che era stato pubblicato da un terzo, all’insaputa della donna, all’evidente fine di danneggiarne dignità e reputazione. Ma la sostanza non cambia: i giudici della Corte hanno messo nero su bianco che il titolare del trattamento, il gestore del sito di annunci nel caso di specie e il partito politico in quello del quale ci stiamo occupando, «ha l’obbligo di acquisire l’identità di tale utente inserzionista e di verificare se quest’ultimo sia la persona i cui dati sensibili figurano in tale annuncio» e hanno aggiunto che lo stesso titolare «deve disporre, in applicazione degli articoli 24 e 25 di tale regolamento, misure tecniche e organizzative adeguate che gli consentano non solo di acquisire, ma anche di verificare l’identità degli utenti inserzionisti prima della pubblicazione di tali annunci, e ciò segnatamente al fine di poter determinare se quest’ultimo sia la persona i cui dati sensibili figurano in detti annunci. Siffatte misure devono segnatamente consentire […] di limitare il rischio di un trattamento illecito dei dati personali nei confronti dell’interessato». E hanno poi concluso che il gestore del sito «deve rifiutare la pubblicazione dell’annuncio in questione, circostanza che deve garantire attuando misure tecniche e organizzative adeguate».
Le regole, dunque, esistono e sono chiare: un partito politico prima di accettare l’iscrizione di tal dei tali deve verificarne in maniera solida l’identità attraverso adeguate misure organizzative e, se non vi riesce, deve rifiutare l’iscrizione. Non c’è spazio per equivoci, ambiguità o interpretazioni pindariche. Non è quello che accade nelle pagine dedicate all’iscrizione al partito del mondo al contrario ma, per la verità, è difficile ritenere che sia quello che accade anche sulle analoghe pagine della più parte degli altri partiti politici. Così non va. Il rischio che qualcuno si ritrovi iscritto a sua insaputa a un partito politico è troppo elevato e il recente episodio lo ha dimostrato concretamente. Le regole esistono e vanno applicate e i partiti politici, anime viventi della nostra democrazia, dovrebbero darne l’esempio. Le soluzioni tecnologiche ci sono, sono semplici e alla portata di tutti.
Alla volontà deve accompagnarsi la realtà. Anche perché l’iscrizione a un partito politico è una cosa seria, carica di significato, di valore personale e democratico e, quindi, anche se la verifica dell’identità rendesse il processo un po’ più complicato, meno veloce, immediato, semplice, si tratterebbe di complessità giustificate dal caso. Il nodo da sciogliere, quindi, è uno e uno soltanto: i partiti e i movimenti politici sono pronti a rispettare di più i diritti, le libertà, l’identità e la dignità delle persone, a rafforzare i loro processi di identificazione di chi vuole iscriversi per esser certi che si tratti sempre della scelta consapevole di una persona fisicamente reale? È una prova di maturità e democrazia alla quale non possono sottrarsi. Detto che, in effetti, non è una questione di scelta dei singoli partiti ma di rispetto delle regole: non verificare in maniera adeguata l’identità di chi intende iscriversi è, semplicemente, fuori legge.
Nulla est sine legi.
(Fonte: LaStampa)

