Per l’enciclopedia Treccani il termine “franco tiratore” iniziò ad essere utilizzato intorno al 1950 per segnalare “il rappresentante di un partito o di uno schieramento che, in votazioni segrete di organi collegiali, vota in modo diverso da quello concordato o ufficialmente deciso dal proprio partito o schieramento”. Ma le sue origini risalgono al contesto bellico del ‘700 in Francia.
La locuzione, rintracciabile in italiano a partire dal 1870, ha origine militare ed è un calco del francese franc-tireur. La prima traccia individuabile dell’espressione si trova nei resoconti giornalistici della guerra franco-prussiana, usata per definire un “combattente o piccolo gruppo di combattenti che pratica azioni di guerra contro truppe regolari per evitare l’occupazione o l’evacuazione di centri abitati”.
I francs-tireurs rappresentarono la prima ossatura dell’esercito dei Vosgi che, sotto la guida di Giuseppe Garibaldi, combatté nell’ultima fase della guerra franco-prussiana del 1870. Fu al ritorno in patria dei volontari che la traduzione “franchi tiratori” si diffuse anche in Italia.
Nel gergo politico
A partire dagli anni cinquanta divenne un’espressione gergale, quando l’espressione fu utilizzata per la prima volta secondo la definizione corrente.
Di fatto, però, l’espressione conservò l’accezione di cecchino che, nascosto e dunque imprevisto, provoca danni ad una parte.
Giorgia Meloni avrebbe dovuto prevederlo.
I voti mancati in Parlamento alimentano dubbi sugli equilibri interni alla coalizione e accendono i sospetti su possibili manovre interne.
Sarebbero infatti 31, secondo i calcoli della maggioranza, i voti mancati che hanno portato alla bocciatura dell’emendamento sulle preferenze nella legge elettorale.
La premier Giorgia Meloni ha reagito con forte irritazione alla sconfitta parlamentare, accusando chi ha scelto di non sostenere il provvedimento di aver favorito una situazione di instabilità.
La presidente del Consiglio ritiene che il mancato accordo sulla riforma elettorale possa favorire chi punta a un risultato di equilibrio senza una maggioranza chiara dopo le prossime elezioni politiche. Nel suo ragionamento, lasciare invariato l’attuale sistema significherebbe tornare a una stagione caratterizzata da maggioranze fragili e difficili mediazioni.
Il possibile “ribaltone” al senato
Tuttavia, secondo il presidente del Senato Ignazio La Russa, il provvedimento potrebbe ancora essere recuperato a Palazzo Madama, dove il voto previsto dal regolamento sarebbe palese. Un altro elemento decisivo per il futuro della legge elettorale sarà rappresentato dai sondaggi attesi a settembre sulla crescita politica di Roberto Vannacci.
(Fonti: Notizie.it, Skytg24)

