Un esame semplice e non invasivo della pelle potrebbe diventare in futuro uno strumento utile per diagnosticare precocemente condizioni come l’Alzheimer, una malattia neurodegenerativa che interessa, direttamente o indirettamente, 4 milioni di persone sono in Italia. L’ipotesi nasce da una linea di ricerca ancora in fase di sviluppo, che ha osservato il legame sottile tra pelle e cervello. L’analisi di parametri cutanei come pH (acidità), idratazione e vascolarizzazione potrebbe infatti fornire informazioni sullo stato infiammatorio del sistema nervoso e permettere di riconoscere alterazioni biologiche ben prima che producano un danno cerebrale irreversibile.
Il legame tra epidermide e cervello

A illustrarne i presupposti è Arianna Di Stadio (sopra, in foto) docente di Otorinolaringoiatria all’Università degli Studi Link e ricercatrice onoraria presso il Laboratorio di Neuroinfiammazione dell’UCL Queen Square Institute of Neurology di Londra. “La pelle è il più grande organo recettoriale che possediamo, ricco di terminazioni nervose che inviano messaggi al nostro cervello”, spiega Di Stadio all’Ansa. E la ragione del legame tra i due organi è antica: entrambi, infatti, derivano dall’ectoderma, uno dei tre foglietti embrionali da cui si formano i tessuti dell’organismo.
In aggiunta, tanto la pelle quanto il cervello rispondono ai neurotrasmettitori e sono influenzati dai meccanismi biologici che regolano la risposta allo stress. Quando si prova ansia o l’organismo è sotto stress, si attiva l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene che porta al rilascio di cortisolo, con effetti a cascata anche sulla pelle. Modificazioni facilmente osservabili e che, secondo i ricercatori, risultano strettamente collegate alla neuroinfiammazione.
Lo studio sulla pelle come reagente
In una ricerca pubblicata nel 2023 sull’International Journal of Molecular Science, il confronto tra pazienti con Alzheimer e soggetti sani ha mostrato differenze in alcuni indicatori cutanei, tra cui acidità, vascolarizzazione e idratazione. Parametri che risultavano sensibili a specifici trattamenti farmacologici. Un secondo studio, pubblicato su Jama Neurology e condotto su campioni cutanei di oltre 300 persone, ha individuato la presenza dell’alfa-sinucleina esclusivamente nei soggetti affetti da malattie neurodegenerative. Ciò rafforza l’ipotesi che un esame istologico della pelle possa fornire un prezioso indizio diagnostico. Un terzo studio, pubblicato su Scientific Reports e basato sull’analisi di oltre 2.000 individui, ha identificato possibili marcatori precoci della neurodegenerazione attraverso lo studio dell’autofluorescenza cutanea. Un parametro che riflette l’accumulo di prodotti di glicazione associati a processi infiammatori. Secondo Di Stadio, pur trattandosi di risultati ancora preliminari, ce ne sarebbe già a sufficienza per approfondire il tema.
Screening sulla neuroinfiammazione
Le malattie neurodegenerative, soprattutto nelle fasi iniziali, presentano una componente neuroinfiammatoria importante. Non è improbabile che questa fase possa risultare più facile da trattare, rispetto a quando il danno neurodegenerativo è fatto. “Se gli studi sulla pelle ci permettessero di intercettare la neuroinfiammazione, si potrebbero analizzare i parametri cutanei sotto forma di screening, così da poter trattare tali patologie con largo anticipo”, osserva Di Stadio. La speranza è di sviluppare strumenti di screening non invasivi, supportati dall’evoluzione delle tecnologie e dall’intelligenza artificiale per individuare biomarcatori precoci e ridurre il rischio di sviluppare demenza. Un traguardo ambizioso che tuttavia potrebbe trasformare il destino di milioni di persone.
Ogni organo è importante, ma il cervello è la sede della mente, e una morte quotidiana dello spirito è la più grande tragedia medica.
Il sorriso della Dott.ssa Di Stadio ispira fiducia. Speriamo ce la faccia, coraggio!
(Fonte: Corriredellosport)

