«Non sono stato io, non so chi possa essere stato e non ho idea del movente» è la dichiarazione di Valter Lavitola davanti ai pm della Procura di Roma nell’ambito dell’inchiesta sull’attentato dinamitardo al giornalista RAI Sigfrido Ranucci, per la quale è indagato con l’accusa di strage.
Secondo quanto si apprende, dopo reso le dichiarazioni spontanee Lavitola si è avvalso della facoltà di non rispondere. Si ritiene inoltre «sconcertato» dall’accusa di essere il mandante dell’attentato, sostenendo che con Ranucci esiste un rapporto di «fraternità».
In merito alla sua presenza nei pressi del luogo dell’attentato circa un mese prima dei fatti, ha escluso che si trattasse di un sopralluogo, spiegando che «andava spesso lì a trovare Ranucci».
Quanto al ruolo del presunto intermediario, Gomes Clesio Tavares, Lavitola ha affermato di «non averlo mandato in Camerun», precisando che l’uomo «vive spesso lì, come risulta dal suo passaporto», e che attualmente si trova nel suo Paese d’origine «per un affare legato ai carbon credit».

Ma proprio un elemento cruciale dell’inchiesta è il ruolo di Gomes Clesio Tavares, cittadino camerunense di 47 anni, ritenuto l’intermediario tra Lavitola e gli esecutori materiali.
Secondo la ricostruzione dei pm, Lavitola avrebbe incaricato Tavares di trovare soggetti in grado di procurarsi esplosivo e farlo detonare davanti alla casa di Ranucci.
Un dettaglio significativo è che, un mese prima dell’attentato, Lavitola avrebbe effettuato con Tavares un sopralluogo nei pressi dell’abitazione del giornalista.
Sigfrido Ranucci, dopo l’arresto dei quattro esecutori materiali, ha dichiarato di essere sconcertato dalle accuse contro Lavitola, con cui aveva un rapporto di amicizia e collaborazione professionale. Ranucci ha espresso fiducia nelle indagini della Procura di Roma, sottolineando la loro rigorosità.
(Fonti: LaStampa, ADNKronos)


