Glossario: “schísma” è una parola di origine greca che richiama alla “spaccatura”, ma la questione è più seria: è la perdita della comunione. Il Codice di Diritto Canonico definisce lo scisma come “il rifiuto della sottomissione al Sommo Pontefice o della comunione con i membri della Chiesa a lui soggetti” (can. 751). La comunione implica piena appartenenza alla Chiesa: partecipazione ai sacramenti, riconoscimento dell’autorità del Papa, condivisione della fede nonostante le differenze culturali. Lo scisma, invece, è l’interruzione di questa partecipazione.
Come il sottoscritto ha già citato nel precedente articolo su i lefebvriani, “Extra Ecclesiam nulla salus”, al di fuori della Chiesa non c’è salvezza.
Sono diversi gli episodi di scisma nella storia del vaticano, spesso rasentando o entrando direttamente nell’eresia, anche questa parola di origine greca (“Hairesis”) che significa “scelta”, ma nella storia cristiana è diventata la scelta separata, il rifiuto consapevole di una verità di fede proclamata dalla Chiesa riguardo a Dio e a Cristo. E la Santa Inquisizione ha fatto il suo amaro lavoro.
Marcel Lefebvre ordinò, nell’88, contro il volere di Giovanni Paolo II, quattro vescovi. Due di questi tra l’altro sono stati i celebranti di ieri, monsignor Alfonso de Galarreta e monsignor Bernard Fellay che, dopo il “perdono” di Benedetto XVI nel 2009, hanno conquistato una seconda scomunica. La pena è automatica, latae sententiae in termine tecnico, e ieri – 2 luglio – è arrivata la ratifica del Vaticano.

“È un atto scismatico che rompe l’unità della Chiesa e che avrà delle sanzioni”, ha detto il cardinale Segretario di Stato Pietro Parolin (in foto, sopra) che però non ha chiuso la porta: “Provo un grande dolore” e “la mia speranza è che nonostante quello che è avvenuto oggi si possa riprendere il dialogo e trovare una soluzione”.
I lefebvriani

“Siamo pronti a pagare qualunque prezzo per salvare la Chiesa”, ha detto ieri il superiore della Fraternità San Pio X, don Davide Pagliarani, (sopra, in foto) nell’omelia della messa ad Econe, in Svizzera, sapendo che non avranno un trattamento diverso da quello che ebbe Lefebvre nell’88. “Il sacrificio che Dio ci chiede oggi è essere trattati da ribelli ma noi vogliamo servire la Chiesa come una madre in difficoltà, che soffre, una madre a volte tradita, una madre che ha bisogno e merita di essere amata”. Poi ha elencato tutti i nodi che hanno portato alla frattura. Ha parlato di un “Papa umiliato” e del fatto che questa umiliazione alla fine si trasferisce su tutta la Chiesa. Il nodo principale è quel Concilio Vaticano II che i Lefebvriani non hanno mai accettato e che, come dicono nella loro professione di fede, mai accetteranno. “Perché non veniamo capiti? Il problema è che parliamo due lingue diverse”, “noi parliamo la lingua delle fede”, “il linguaggio della tradizione” e “davanti a noi troviamo un linguaggio che parla di altre cose, il linguaggio dell’inclusione, del dialogo, dell’accompagnamento. Noi invece vogliamo la fede. Poi certo nella fede dialoghiamo con le persone per convertirle”, ha evidenziato don Pagliarani.
E adesso? Ogni atto ritualistico e ogni sacramento dei lefebvriani non verrà riconosciuto dalla Chiesa. La scomunica si estende non solo ai vescovi in questione, ma anche ai seguaci.
(Fonte: SKYTG24)

