Abdalmuti Abunada, 30enne palestinese, di Ramallah, è accusato di istigazione e apologia di terrorismo di matrice jihadista, nonché di arruolamento ad associazioni terroristiche, delitti di attentato per finalità terroristica e atti di terrorismo con ordigni “micidiali ed esplosivi, con pericolo per l’incolumità pubblica”.
Sui social media diffondeva video e contenuti in lingua araba in favore dell’Isis, di esortazione alla Jihad e al martirio, di esaltazione e sostegno delle azioni terroristiche di Hamas e della mente dell’attacco del 7 ottobre, Yahya Sinwar. Lodava le azioni dell’associazione terroristica dei Fratelli Musulmani, dell’Isis e dell’uso della violenza indiscriminata contro sionisti e Occidente, ritenuto “infedele”, con richiami anche ad operazioni terroristiche commesse da Hamas.
Residente a Latiano in provincia di Brindisi, frequentava assiduamente le comunità islamiche locali e, ogni venerdì, dopo la preghiera, si allontanava dalla moschea con altri soggetti presumibilmente nordafricani. Ma, per confondere gli investigatori, sui suoi profili a lui riconducibili compariva una residenza diversa dall’Italia: Parigi.
Il linguaggio adottato è tipico della propaganda fondamentalista, ribadendo il concetto di Jihad secondo cui i fratelli musulmani dovrebbero impegnarsi, apostrofando con la parola “Kafir”, ovvero gli infedeli (termine usato per chi non è musulmano), chi non lo fa. I Mujahideen, parola con cui si indica “colui che è impegnato nel jihad”, sono da lui considerati “fratelli”, mentre “chiunque sia capace di Jihad con munizioni, soldi o esercito e non ha fatto niente è un infedele”. Come si legge nella dettagliata ordinanza della giudice Valeria Fedele, il trentenne è “impegnato in una sistematica attività apologetica di esortazione al martirio e alla guerra contro il popolo occidentale” per quella che lui ritiene “infedeltà rispetto ai dettami della religione musulmana che costituisce, nella sua prospettazione, la ragione della guerra in corso che ciascuno dei musulmani deve combattere armandosi contro i sionisti per la realizzazione di uno Stato Islamico”. “Guarda dove sta il giusto e dove sta il sbagliato, cerca di leggere il Corano”, dice intercettato mentre svolgeva un’attività di proselitismo nei confronti del suo giovane coinquilino e spiegava il grande progetto islamico: “Noi siamo uno Stato musulmano, dobbiamo avere uno Stato Musulmano ed un Califfato, come lo era nell’antichità”.
Anche i gay erano persone da uccidere: “Vogliamo sbarazzarci di questi giovani tra i quali si sono diffuse droga, miscredenza, adulterio, omosessualità e così via. Ora tocca a voi passare alla fase successiva”. Lodava i peggiori terroristi, usava qualunque simbologia riferibile al terrorismo islamico e aveva una fitta rete di contatti internazionali. Una grande operazione che dovrebbe far comprendere il disegno dei fanatici dell’islam.
Abdalmuti è stato catturato in un blitz scattato in piena notte, all’interno di una palazzina a due piani nel centro di Latiano, in provincia di Brindisi. Durante l’operazione si sono alzati in volo anche gli elicotteri e sono stati portati sul posto i cani anti-esplosivo. “Sembrava una scena da film”, ha commentato una residente sui social. Abdalmuti, nato a Ramallah in Cisgiordania, lavorava come pizzaiolo e sembrava pienamente inserito nel tessuto sociale. Tra i residenti del paese, nessuno aveva mai notato comportamenti particolari che spingessero a sospettare di lui. E tantomeno a pensare che potesse avere a che fare con reti jihadiste.
Nel frattempo, i militari hanno dato esecuzione anche a un decreto di perquisizione domiciliare nei confronti di un altro palestinese, di 25 anni, indagato in stato di libertà per gli stessi reati del 30enne connazionale.
Questo arresto è un campanello d’allarme devastante. L’uomo non era un clandestino appena sbarcato: era inserito, lavorava tra gli italiani, viveva nella piccola Latiano da tempo.
(Fonti: IlGiornale, Liberoquotidiano)

