E’ morto Umberto Bossi, a 84 anni. Nel 2004 ebbe un coccolone e non tornò più a essere quel formidabile animale politico che era stato.

“Noi ce l’abbiamo duro” era il suo leit motiv, il grido di battaglia, ma non più per lui.

Per alcuni era un eroe, per altri un semplice cafone

Divertente, aggressivo, populista, un artista della mascherata e dell’insulto. Difficile per chi non l’ha mai conosciuto stabilire quale fosse la maschera e quale l’uomo, forse l’una e l’altro convivevano in mirabile sintesi, forse c’era e al tempo stesso ci faceva. Però di sicuro ha anticipato linguaggi e modalità espressive ( per lo più volgari) oggi del tutto in voga, probabilmente senza rendersi conto, o meglio fregandosene, che mettevano in causa fenomeni epocali, la crisi della democrazia, la fine di una delle repubbliche (prima seconda terza…).

Da giovane Bossi fu cantante, con il nome di “Donato”, e lo si comprese dal modo in cui sui palchi della politica afferrava il microfono; secondo alcune testimonianze partecipò al Festival degli Sconosciuti di Castrocaro 1961, a suo tempo un vecchio 45 giri fu messo all’asta. Altre fonti documentarie consentono di ricordare il testo, invero piuttosto inquietante, di un brano dal titolo “Caterpillar”: “Noi siam venuti dall’Italy,/ abbiamo un piano per far la lira:/ entriamo in banca col caterpillar,/ e ci prendiamo il grano”.

Il mito dell’indipendenza padana e del federalismo

Fu studente svogliato: diplomato per corrispondenza alla Scuola Radio Elettra di Torino; studente di medicina a tempo perso, con la giovane moglie si spacciò laureato; prima di appassionarsi alla fotografia arrostì salamelle al festival dell’Unità. Ma più che da partiti o passioni si può dire che lo mosse l’ambizione smisurata che lo portò in parlamento.

Il primo leghismo fu un fenomeno iper-folkloristico (surreale come un festival itinerante), ma proprio in questo – a parte la radice lessicale che identifica il folk nel popolo – tanto sottovalutato quanto a suo modo profetico. Senza la predicazione del Senatùr non avremmo passato trent’anni appresso al federalismo, né staremmo oggi a dilaniarci sull’autonomia col rischio di spezzettare l’Italia. Se dar conto degli inizi ha un senso, va detto che negli anni ’80 la Lega Nord nacque contro i meridionali dando voce a un razzismo che, dopo essere compresso nei bar sugli autobus, non si vergognava più di esprimere se stesso sui palchi e nei manifesti.

Solo una ventina d’anni dopo si convertì in aperta xenofobia (“Fora dai ball!” gridava un manifesto con vignette che delineavano gli stereotipi dell’arabo crudele, del nero stupratore, dell’albanese spacciatore). Ma fino alle elezioni del 1992, ignari della loro sorte, i partiti grandi e piccoli della Prima Repubblica non videro arrivare Bossi e la sua scalcagnatissima congrega.

I parlamentari che Bossi portò nella capitale erano personaggi pazzeschi, senza istruzione né ritegno, pagliacci scappati da qualche reparto psichiatrico. Mentre grazie al contributo dei leghisti l’impalcatura della Repubblica dei partiti cadeva, uno di loro esibì un cappio sui banchi di Montecitorio. Una volta all’anno li faceva giurare fedeltà a Pontida a battezzarsi con l’acqua fetida, ma spesso cacciava via in malo modo qualcuno che gli faceva ombra. Tra lui e gli altri leghisti c’era in effetti l’abisso; impossibile che le leghiste, specie se giovani e belle, non fossero innamorate del Senatùr. Anche la fine della democrazia interna nei partiti gli deve moltissimo: stava per aprirsi o meglio per riaprirsi la strada dei partiti carismatici e personali, l’epoca regressiva dei re; e non è un caso che una ventina d’anni dopo proprio in casa leghista si sia tentata una successione basata sul sangue – che l’esperimento del Trota ( ma con la fame da piranha) sia fallito miseramente è un’altra di quelle circostanze spiegabili col fatto che dopo l’ictus Bossi era ormai l’ombra di se stesso.

Nemici ovunque e minacce secessioniste

Un linguaggio tutto suo, degno del peggior bar di periferia: “La lega ce l’ha duro!”, che una volta volle accompagnare con gesto minatorio rivolto alla povera Margherita Boniver (con cui peraltro si ritrovò qualche anno dopo al governo), il braccio nudo che fuoriusciva con pugno dalla manica della giacca. E la “gabina”, e la canotta, e “Roma ladrona”, e “attacati al tram” detto in tv a De Mita, e “Berluscaz” e “Berluscaiser”, e “la scureggia nello spazio” con cui liquidò l’illustre politologo Gianfranco Miglio, che pure per qualche anno ebbe come consigliere ideologico, consiglio interrotto dopo una selvaggia litigata.

Si divertiva con le minacce insurrezionali, che negli anni 90 facevano più effetto per via della guerra sfociata nella ex Jugoslavia, a qualche km di distanza dal confine nostrano. Pallottole, esplosivi sui tralicci, l’eco di orde di bergamaschi in armi che sarebbe rimbombato nelle valli. Come spesso accade in Italia, un po’ faceva ridere, un po’ metteva spavento, entrambi le reazioni gli davano la carica, a un certo punto fondò una sorta di milizie, le camicie verdi (si scoprirono poi made in China).

Il “ribaltun” con Berlusconi

Il furbo Berlusconi se lo aggiudicò al governo, ma Umbertone era più furbo, capì che il Cavaliere gli voleva comprare il partito sotto il naso ( come era solito) e dopo essersi accordato a tavola con D’Alema Buttiglione  (le famose cozze di Gallipoli) lo fece cadere. Dopo di che diede il via al periodo più incredibile, l’epopea tragicomica di marca celtica, per cui da zero inventò una vera e propria Terra Promessa, la Padania, nozione sconosciuta a qualsiasi storico e geografo. E insieme ad essa, frettolosamente brevettandoli alla luce di un marketing ruspante, escogitò un popolo, una tradizione, una simbologia, una mitologia, una cosmogonia, insomma tutto, compresa la bandiera con il Sole delle Alpi, che poi con le Alpi c’entrava e non c’entrava, trovandosene traccia anche nell’Africa settentrionale.

Ancora oggi è incredibile quanta gente gli sia andata dietro. Molti rimasero fregati acquistando le zolle del sacro prato di Pontida, o aprendo supermarket made in Padania o quote di villaggi turistici in Croazia; fino a quando non venne fondata e presto affondata la banca, Crediteuronord, e furono guai seri perché con la finanza non si scherza.

Fregato da se stesso

La storia sa essere crudele ed è inevitabile stabilire qualche rapporto tra la montagna di debiti e il ritorno dell’alleanza con il Cavaliere, che nel 2001 lo mise alle riforme istituzionali. Lì è difficile dire cosa fece e cosa non fece, mentre è facile illudersi che la sua pazza corsa nella storia politica italiana ebbe una continuazione e forse addirittura un compimento.

Il mito e l’idolatria di Bossi furono spezzati dal malore che impietosamente se lo prese nel 2004, reduce da un spasmodico duetto con Mino Reitano al dopo-festival di Sanremo, il cantante gorgheggiava Italiaaaa Italiaaa e lui, abbracciandolo paonazzo in volto, contraccambiava Padaniaaa! Padaniaaaa!

Il vecchio re barbarico continuò a vivere a lungo nel ricordo come se fosse ancora quello di un tempo; ora che non c’è più davvero, resta da capire quale ruolo tocca dargli nella storia – ammesso che al giorno d’oggi abbia tutta questa importanza.

Bossi è la dimostrazione che a molti italiani non funzionano le sinapsi, e che basta sbraitare e trovare colpe e colpevoli per farsi strada in politica.

Di lui rimarrà qualche quadretto appeso con lumicino acceso nei bar che frequentava.

Già ce lo eravamo dimenticato, per fortuna.

(Fonte: LaRepubblica)

Da Nicola Gallo

Partenopeo, diploma di Maturità Classica (Lic.Stat. G.B.Vico), Laurea in Scienze Politiche conseguita presso l'Università degli Studi di Napoli Federico II. Frequentazione parziale di Belle Arti. "Per aspera ad Astra, ad Astra ad Infinitum". Informare è un dovere, è un diritto. Informare ed essere informati, per il bene di tutti.