Dalla rivoluzione del professor Cotrufo che nel 1988 eseguì il primo trapianto di cuore al “terremoto” ministeriale del 2017: l’ascesa e il declino del polo trapianti di Napoli, oggi travolto dal caso del piccolo Domenico ( e non solo).
Il Monaldi, un tempo fiore all’occhiello della sanità meridionale, vive una discesa drammatica. Dopo aver celebrato nel 1988 il primo trapianto di cuore nel Sud con il professor Cotrufo, l’ospedale di punta è scivolato da dieci anni in una bufera giudiziaria. Oggi, tra sospetti di malasanità e inchieste sui trapianti, l’antica eccellenza cede il passo a ombre terribili e indagini della Procura.
Il 15 gennaio 1988, una folla entusiasta celebrava il primo trapianto di cuore nel Sud Italia, un’impresa guidata dal pioniere Maurizio Cotrufo che proiettò la struttura nell’Olimpo dell’eccellenza chirurgica. Il Monaldi diventò punto di riferimento nazionale per la cardiochirurgia.

Oggi, in quello stesso luogo, regna un silenzio colmo di dolore: una montagnola di fiori, palloncini bianchi e messaggi commossi onora la memoria del piccolo Domenico. La tragica morte del bimbo, legata all’impianto di un cuore danneggiato, ha trasformato il piazzale dei successi in un memoriale della sofferenza. Questa è la parabola discendente di un ospedale per decenni all’avanguardia, ora travolto da un’inchiesta giudiziaria e da sospetti tremendi. Il passaggio dai trionfi scientifici di Cotrufo alle attuali polemiche riflette la crisi di un’istituzione finita nella tempesta, dove l’antica gloria cede a una necessaria e urgente ricerca della verità(e di giustizia).
L’emozione del primo trapianto da parte del professor Maurizio Cotrufo

Il professor Maurizio Cotrufo, oggi 87nne, rievoca con trasporto l’emozione del primo trapianto di cuore a Napoli, un traguardo raggiunto dopo una vera battaglia civile. Nel 1986, infatti, l’Italia avviò i primi interventi, ma escluse inizialmente il capoluogo campano. Le forti proteste che ne seguirono spinsero infine il Ministero a concedere l’autorizzazione al Monaldi nel 1988.
La svolta arrivò con una telefonata da Barcellona: i medici spagnoli segnalarono un donatore compatibile con il raro gruppo sanguigno AB. In tutta Europa, l’unico ricevente idoneo risultava essere proprio un paziente dell’ospedale napoletano, nonostante un quadro clinico complicatissimo che rendeva l’operazione una sfida estrema.
“Mi presi un quarto d’ora per riflettere, il quarto d’ora più lungo della mia vita, e alla fine accettai di effettuare il trapianto nonostante i rischi.Partii per Barcellona con l’aereo di Spadolini, all’epoca presidente del consiglio, per prelevare il cuore che impiantammo. Il paziente, nonostante le complicazioni, è vissuto a lungo. Da lì è iniziata la storia dei trapianti di cuore a Napoli”, afferma Cotrufo.
Quell’evento non rappresentò solo un successo chirurgico, ma la vittoria di un intero territorio che rivendicava il diritto all’eccellenza medica.
Nell’occhio del ciclone la cardiochirurgia pediatrica del 2017
Nel 2017 arriva uno “tsunami” per la cardiochirurgia pediatrica del Monaldi. Il Ministero della Salute decide infatti di sospendere i trapianti di cuore sui bambini dopo aver riscontrato esiti negativi negli interventi e una grave carenza nell’integrazione dei team medici, nonostante le ingenti risorse economiche.
Questo provvedimento scatena una reazione immediata e furiosa: nasce un comitato di protesta che organizza scioperi della fame e lancia appelli disperati alle istituzioni. Una petizione indirizzata al Capo dello Stato raccoglie decine di migliaia di firme, mentre l’opinione pubblica denuncia lo “smantellamento” sistematico delle competenze d’eccellenza. Le critiche colpiscono duramente la gestione della struttura, accusata di aver allontanato i medici più esperti, privando il Sud di un reparto vitale. Questa crisi profonda rompe definitivamente l’incantesimo del polo d’avanguardia creato da Cotrufo, trasformando l’ospedale in un campo di battaglia tra cittadini e burocrazia sanitaria. La sospensione dei trapianti rappresenta il culmine di un declino che oggi, con l’inchiesta sulla morte del piccolo Domenico, torna tragicamente d’attualità.
Il declino del Monaldi da eccellenza a vergogna
Il declino del Monaldi si aggrava: alcuni pazienti minorenni, già trapiantati nella struttura, sarebbero morti a causa delle gravi carenze nell’assistenza post-intervento seguite alla chiusura del centro pediatrico. Nonostante il piano di riorganizzazione avviato dalla Regione, il percorso di ripresa procede con estrema difficoltà e lentezza.
Sebbene le attività siano ripartite gradualmente, il tragico caso di Domenico getta nuove e inquietanti ombre sulla gestione ospedaliera. L’inchiesta attuale riapre vecchie ferite ( il gioco di parole è necessario, N.d.R.), sollevando dubbi sulla reale sicurezza dei protocolli e sull’efficacia di una riforma che appare ancora lontana dal restituire al Monaldi l’antica affidabilità.
Contenitori obsoleti per il trasporto organi, mentre quelli nuovi (e costosi) abbandonati in uno sgabuzzino, con il personale senza formazione per il loro utilizzo. Il cuore del piccolo Domenico arrivato in reparto come una pietra ghiacciata, riscaldato con acqua tiepida nella speranza di recuperare un organo inevitabilmente compromesso.
Questa è la malasanità. Questo è adesso il Monaldi, con vittime innocenti.

