La frana a scorrimento che ha colpito Niscemi è ancora in continuo progresso.
Gli sfollati vivono in strutture di fortuna, la quotidianità è nel limbo e tuttavia il tempo dell’analisi delle cause non può più restare separato da quello delle ipotesi per il futuro. Mentre l’emergenza impone risposte immediate – evacuazione, assistenza, protezione – diventa necessario guardare oltre l’accaduto. Già dopo la frana del 1997, gli esperti indicarono con chiarezza la necessità di delocalizzare almeno una parte dell’abitato in aree più sicure e di intervenire con opere di consolidamento, a partire da sistemi di drenaggio capaci di evitare la saturazione dei terreni argillosi (il tallone d’Achille del paese). Poco o nulla è stato fatto, come al solito l’Italia funziona così, considerando che la città è situata ai margini di una scarpata classificata da anni ad alta pericolo. La terra si muove e le domande sono automatiche: restare o spostarsi? E, soprattutto, come farlo senza perdere dignità, legami, futuro, speranze?
Trasferire un paese non significa dunque spostare edifici, ma affrontare un processo sociale complicato che mette in discussione legami, identità, lavoro e memoria comune.
E’ essenziale preservare la continuità delle relazioni sociali , come quelli di quartiere, evitando dispersioni e ricollocamenti individuali e mantenendo, quando possibile, un legame territoriale e simbolico con il luogo di base. Al centro non devono esserci solo le abitazioni, ma la ricostruzione dei mezzi di vita, dei servizi, degli spazi pubblici e delle economie locali. Senza lavoro e funzioni, il nuovo insediamento diventa un mero dormitorio. Una scelta drammatica ma necessaria, se si vogliono salvare vite umane, che non riguarda solo Niscemi.
I DATI DOLENTI
Secondo il Rapporto ISPRA 2024 sul dissesto idrogeologico, il 94,5% dei comuni italiani è esposto ad almeno un pericolo naturale e quasi sei milioni di persone vivono in aree a rischio frana. Oltre il 23% del territorio nazionale è classificato a pericolosità idrogeologica elevata o molto elevata. L’Italia resta il Paese europeo con il maggior numero di frane censite: oltre 620mila fenomeni, con sei milioni di persone esposte. A questo si aggiunge inesorabile il consumo di suolo, particolarmente grave nelle regioni meridionali, dove la cementificazione continua ad avanzare proprio nelle aree più a rischio.
Le responsabilità verranno prima o poi alla luce, soprattutto per quanto riguarda l’utilizzo dei fondi, erogati al minimo e come sempre in ritardo. Ci sarà uno scaricabarile tra enti e amministrazioni passate, ma intanto la ferita di Niscemi è un pugno nell’occhio nella Bella Sicilia, nella Bella Italia.
Fortunatamente non c’è scappato il morto, ma la vera morte è quella nel cuore delle migliaia di persone che non vedranno più il mondo dalla prospettiva cui erano abituate.

