Iran, maratona femminile senza velo: arrestati gli organizzatori

Il vento sul viso scoperto per correre la maratona di Kish è un reato in Iran.

Migliaia di atlete hanno partecipato senza indossare il velo alle gare loro dedicate nel sud del Paese: l’isola considerata strategica ai tempi della guerra con l’Iraq e poi trasformata in una sorta di luogo di divertimenti, tanto che viene definita la “Miami persiana”.

Un luogo dove entrano facilmente anche gli stranieri –  via nave o in aereo e alla dogana si ottiene un ingresso valido 14 giorni senza bisogno di visto – ma dove restano le stesse restrizioni del paese: incluso l’obbligo di coprire il capo per le donne, in vigore fin dal 1979, per volontà della guida spirituale suprema, l’ayatollah Khomeini (sotto, in foto).

Le immagini delle maratonete a volto ( e capo) scoperto hanno fatto sussultare le autorità iraniane, che hanno subito ordinato l’arresto degli organizzatori dell’evento sportivo: «Uno è funzionario della zona franca di Kish, l’altro lavora per la società privata che ha organizzato la gara», scrive il sito della magistratura Mizan Online. L’accusa mossa dalla procura è di «indecenza»: i magistrati denunciano infatti «l’assenza totale di controllo e il mancato rispetto del codice di abbigliamento da parte di un numero significativo di partecipanti».

In Iran le regole sulla “decenza” dell’abbigliamento femminile continuano a essere terreno di scontro istituzionale: tanto che nel 2022, dopo la morte della giovane Masha Amini, picchiata  dalla polizia religiosa proprio perché il suo hijab (il classico velo) non la copriva in maniera opportuna, ci furono durissime proteste che portarono alla morte di oltre 400 persone, con la polizia che sparava direttamente ad altezza uomo. Durante quelle manifestazioni, tante furono le donne a togliersi provocatoriamente il velo, tagliandosi anche i capelli come gesto di protesta gridando lo slogan “Donna, vita, libertà”.

La dura repressione, riuscì tuttavia a soffocare il dissenso, che però ristagna ancora nelle viscere della società iraniana, con le ragazze che si vogliono sentire libere dal fastidioso fazzoletto sempre più spesso, soprattutto nella capitale Teheran e nelle grandi città metropolitane.

Nei giorni scorsi più della metà dei deputati ha accusato i giudici di non far rispettare abbastanza quella legge. Col capo della magistratura, Gholamhossein Mohseni Ejei, a chiedere un approccio ancora più rigoroso. Solo nell’ultimo mese, sono stati chiusi diversi locali e ristoranti per il mancato rispetto dell’obbligo del velo. Ma sono sempre più numerosi gli eventi dove le donne volontariamente non lo indossano.

Sul fronte giudiziario, il fascicolo potrebbe portare a processi rapidi e in sanzioni per i soggetti coinvolti. Sul fronte sportivo, è probabile un irrigidimento delle regole per competizioni miste o con categorie femminili, con una maggiore supervisione di federazioni e autorità locali. Sul fronte sociale, il caso alimenta un dibattito che attraversa il paese: da un lato chi vede nella maratona di Kish un segnale di autodeterminazione ormai irreversibile da parte delle donne; dall’altro chi sfrutta l’evento per invocare pene più dure, multe e perfino punizioni corporali contro chi sfida l’obbligo di velo.

L’immagine emersa è quella di un paese diviso. Da una parte una parte della società che ha ormai interiorizzato gesti quotidiani di disobbedienza civile, come uscire a capo scoperto anche nelle aree pubbliche; dall’altra un apparato repressivo che si aggiorna, sperimenta nuovi strumenti di sorveglianza e colpisce organizzatori, attiviste e artisti per riaffermare la propria autorità. In mezzo, lo sport, luogo dove il corpo è per definizione visibile, e dove si manifesta con chiarezza la distanza tra la spinta sociale al cambiamento e l’insistenza dello Stato sulle regole. La Kish Grand Marathon, nata per promuovere salute, movimento e turismo, è diventata involontariamente un test di resistenza per l’Iran contemporaneo: e la domanda è quanto, e a chi, il Paese sia disposto a concedere spazio nel proprio spazio pubblico.

Donna Vita Libertà  (Jin, Jîyan, Azadî‎, ژن، ژیان، ئازادی‎ , N.d.R.)

(Fonti:www.giornalelavoce.it, LaRepubblica)

Da Nicola Gallo

Partenopeo, diploma di Maturità Classica (Lic.Stat. G.B.Vico), Laurea in Scienze Politiche conseguita presso l'Università degli Studi di Napoli Federico II. Frequentazione parziale di Belle Arti. "Per aspera ad Astra, ad Astra ad Infinitum". Informare è un dovere, è un diritto. Informare ed essere informati, per il bene di tutti.