Donald Trump ha annunciato l’imposizione di dazi “reciproci”  verso molti paesi del mondo, presentando una tabella con percentuali che entreranno in vigore tra il 5 e il 9 aprile. Ma l’analisi dei dati rivela errori sostanziali nei calcoli e nelle premesse che hanno portato a queste decisioni.

Inesattezza tempistica

Nel suo discorso nel Giardino delle Rose della Casa Bianca, Trump ha detto che i dazi sarebbero entrati in vigore alla mezzanotte successiva all’annuncio. Poche ore dopo, però, la Casa Bianca ha dovuto correggere questa affermazione, precisando che le tariffe saranno applicate secondo un calendario scaglionato: sabato 5 aprile entreranno in vigore i dazi del 10%, mentre mercoledì 9 aprile quelli superiori al 10% imposti su Paesi come Cina e Unione europea.

Confusione sulle imposte

L’errore di Trump riguarda l’Iva europea, erroneamente considerata dal presidente americano come un dazio. Nei giorni precedenti l’annuncio, Trump ha usato ripetutamente questo argomento per giustificare la sua “guerra commerciale”, sostenendo che “l’Iva è un dazio” e contribuisce al disavanzo commerciale degli Stati Uniti con l’Unione Europea (236 miliardi di dollari nel 2024). Questa interpretazione è erronea. Un dazio è un’imposta diretta esclusivamente sui beni importati, con l’obiettivo di renderli più costosi rispetto ai prodotti nazionali. L’Iva, invece, è un’imposta che grava in egual misura su tutti i beni consumati all’interno di un Paese, indipendentemente dalla loro provenienza.

Dati Ue falsati 

Trump afferma che l’Unione Europea impone dazi del 39% sulle merci americane Vuole confondere le carte in tavola. Non esiste un dato unico e assoluto sui dazi medi tra Ue e Stati Uniti dal momento che questo tipo di calcolo varia a seconda dei criteri usati di volta in volta.

Commissione Ue: si considera l’effettivo scambio di merci tra Ue e Usa, in pratica l’aliquota tariffaria media su entrambe le parti è di circa l’1%. L’errore di Trump nasce dalla somma impropria tra le tariffe doganali effettive e l’aliquota media dell’Iva europea (circa 22%), considerata erroneamente dal presidente come un dazio, più altre tasse e balzelli generici che non discriminano tra prodotti europei e americani. Questo calcolo distorto porta a tariffe sproporzionate contro l’Europa, con l’applicazione di dazi del 20% che non rispettano neppure il criterio della “metà” annunciato dallo stesso Trump.

Nessuna vera reciprocità

Il criterio adottato dall’amministrazione Trump è apparentemente semplice: applicare dazi pari alla metà di quelli che gli Stati Uniti sostengono di subire da parte dei vari Paesi. Così la Cina, accusata di imporre tariffe del 67%, verrà colpita da dazi del 34%. Ma questa “reciprocità” è illusoria, poiché si basa su dati di partenza errati. Inoltre, in alcuni casi come quello dell’Ue, anche la matematica viene distorta: il 20% è più della metà del 39% (dato già errato) attribuito all’Europa.

Paesi bersaglio

Tra i Paesi più colpiti dalle nuove tariffe spicca il Vietnam che subirà dazi del 46%. Il Paese asiatico ha un surplus commerciale di 123,5 miliardi di dollari con gli Stati Uniti, ma è diventato negli anni un centro di produzione( a basso costo) fondamentale per molti marchi occidentali come Nike e Adidas. L’errore di Trump sta nel non considerare che queste tariffe colpiranno direttamente aziende americane che hanno spostato la produzione in Vietnam proprio per ridurre l’esposizione alla Cina. Nike per esempio, produce in Vietnam il 50% delle sue calzature e il 28% dei suoi capi d’abbigliamento. L’aumento delle tariffe potrebbe costringere questi marchi ad aumentare i prezzi che alla fine saranno pagati dai consumatori americani.

Effetto “Feedback”(ossia boomerang)

L’ultimo grave errore nella logica dei dazi di Trump riguarda la convinzione che queste misure porteranno a “un’età dell’oro per l’America” ( da lui definita Golden Age)con il ritorno di posti di lavoro negli Stati Uniti. L’esperienza passata con altre guerre commerciali, tuttavia, dimostra che i consumatori americani sono i primi a pagarne le conseguenze. Come nel caso delle lavatrici nel 2018, quando i primi dazi di Trump portarono a un aumento dei prezzi per i consumatori americani, anche questa volta il costo delle tariffe doganali si trasferirà inevitabilmente sui prezzi finali dei prodotti, dalle scarpe sportive agli elettrodomestici, colpendo proprio quei cittadini che Trump dichiara di voler proteggere.

Chi perde maggiormente

Mercoledì Trump ha firmato un ordine esecutivo in concomitanza con l’introduzione dei dazi, ponendo fine a una scappatoia commerciale per i pacchi inviati dalla Cina e da Hong Kong dai giganti dell’e-commerce come Shein e Temu.

L’esenzione permetteva a queste aziende di inviare direttamente ai consumatori statunitensi pacchi di valore inferiore a 800 dollari (720 euro) esenti da tariffe doganali.

Ora, l’ordine esecutivo impone qualsiasi merce a un dazio del 30 percento o a 25 dollari (22,51 euro) per articolo, che aumenterà a 50 dollari (45,02 euro) per pezzo l’1 giugno.

L’ordine esecutivo di Trump accusa inoltre i cinesi di utilizzare “pratiche di spedizione ingannevoli” e di “nascondere sostanze illecite” come gli oppioidi nelle loro confezioni.

“Mentre gli Stati Uniti hanno precedentemente offerto una generosa esenzione, la Cina applica severe restrizioni alle importazioni, non mostrando analoga indulgenza nei confronti delle spedizioni statunitensi”, si legge nell’ordine.

In virtù di questa scappatoia, i venditori cinesi hanno aumentato la loro quota di mercato su Amazon fino a oltre il 50 %, mentre i venditori statunitensi rappresentano circa il 45%, secondo una ricerca di Marketplace Pulse.

Amazon ha anche recentemente lanciato una divisione del suo sito dedicata ai prodotti made-in-China a basso costo per competere con Temu e Shein.

L’Italia, ovviamente perderà non solo nell’automotive e tecnologia, ma anche nel settore farmaceutico, e soprattutto in quello enogastronomico, colonna portante dell’esportazione del Made in Italy.

Cosa vuole fare Trump? La sua politica economica gli si ritorcerà sicuramente contro, ma prima sconvolgerà il mercato mondiale.

Vedremo prossimamente cosa accadrà. Speriamo che questo suo protezionismo, quando finalmente comprenderà, si riveli una fastidiosa bolla di sapone. Il protezionismo è stupido e inutile, soprattutto in un mondo globalizzato. E’ egoista, tanto più che stiamo tutti sulla stessa barca e invece di farci guerre economiche, dovremo sostenerci vicendevolmente per evolverci.

Il progresso non va tassato.

(Fonti: TGCOM24, Euronews.it)

Da Nicola Gallo

Partenopeo, diploma di Maturità Classica (Lic.Stat. G.B.Vico), Laurea in Scienze Politiche conseguita presso l'Università degli Studi di Napoli Federico II. Frequentazione parziale di Belle Arti. "Per aspera ad Astra, ad Astra ad Infinitum". Informare è un dovere, è un diritto. Informare ed essere informati, per il bene di tutti.